Cybernetics

Di Marco Andrea Ciaccia

I global commons tra Usa e Asia
Il recente studio dell’Atlantic council “The future of Us extended deterrence in Asia to 2025” ha due aspetti che meritano di essere sottolineati. In primo luogo, si rafforza l’impressione che per molti think tank Usa (tra questi certo il Csis di Henry Kissinger e Zbigniew Brzezinsky) continui ad essere l’Asia-Pacifico e in particolare l’Asia orientale il focus dell’applicazione della potenza nazionale, al di là della cronaca del conflitto mediorientale che rispetto a questo compito strategico appare talora quasi una “distrazione”, o campo di esercitazione di mezzi militari per il loro migliore impiego tattico. Lo studio lo conferma indirettamente: per registrare la tenuta di una relazione strategica tra Cina e Stati Uniti vi si dice, potrebbe essere necessario nientemeno che un equivalente della Crisi missilistica cubana del 1962 o del Ponte aereo di Berlino del 1948. Il secondo aspetto è che la “deterrenza estesa” che vi viene predicata richiama operativamente il controllo inter-domain di aria, acqua, spazio e cyberspazio, ovvero l’intera categoria dei “global commons”, quei domini geografici e reali accessibili a tutti ma da nessuno posseduti in modo esclusivo o secondo logiche nazionali. Si mettano insieme queste due ipotesi “forti” dell’Atlantic council e ne deriva uno scenario molto interessante in cui Cina e Usa, dopo aver testato i propri limiti, potrebbero aprire un periodo di “stallo inter-domain”, una co-partnership biegemonica sui “global commons” del plesso indo-pacifico, paragonabile alla lunga fase di “distensione nucleare” Usa-Urss degli anni Sessanta-Settanta che allungò la sua ombra sull’Europa, congelandovi l’ascesa tedesca. In altre parole, il non detto dell’ipotesi pende come una minaccia sugli “alleati” regionali Giappone e Corea del Sud, più che sul “nemico” cinese. In ciò si riflette la natura mercuriale e multi-direzionale della politica internazionale, ancor più se al suo centro vengono giusta- mente poste le dimensioni cibernetiche del conflitto, con le sue basse “barriere di entrata” e il ruolo che vi svolgono le imprese private. Se però è vero che solo la Cina, con le sue retrovie asiatiche (e perfino africane) ha la massa critica per impostare una teoria strategica dei global commons, ad essere chiamati alla sfida dell’integrazione egemonica di assetti cyber e aereonavali (processo necessariamente a guida Usa) sono in parte Seoul, certamente Tokyo, ma soprattutto Nuova Delhi, che si trova al centro di un subcontinente dove il venir meno di infrastrutture critiche può causare, con le onde di propagazione del secessionismo, della marginalità sociale e della congestione urbana, la rottura dell’ordine stabilito regionale. Un rischio che né Modi né Abe possono correre.