Pensieri spaziali

Di Luca Parmitano

Nella cabina di regia di un’Eva

Ore 4 del mattino: buio e silenzio mi avvolgono mentre mi avvicino all’Mcc, il Mission control center della Nasa. Quando entro i corridoi sono illuminati, ma deserti. Il buio è rimasto fuori e il silenzio è ancora più assordante. Nella sala di controllo Fcr-1 ho lo stesso passo cauto che avrei in un santuario: da questa sala dipende tutto quello che accade a bordo della Iss, e non voglio disturbare l’atmosfera, calma ma professionale, creata dal direttore di Volo e dai controllori alle loro postazioni. Mi siedo accanto al CapCom, una collega della Nasa, che avrà il controllo delle comunicazioni con l’Iss. Il mio ruolo oggi è profondamente diverso. Io parlerò direttamente all’equipaggio in Eva: come Ground IV, sono il più esperto delle intricate e complesse procedure e coreografie dell’attività extraveicolare che sta per iniziare – le ho sviluppate io, insieme al resto del team Eva, in innumerevoli riunioni, sessioni sott’acqua, revisioni.

L’attività di oggi prevede una complicata serie di spostamenti e manovre per installare nuovo equipaggiamento elettrico, ma il mio lavoro comincia mentre i due astronauti sono ancora dentro l’Airlock. Devo assicurarmi che i due siano vincolati alla Stazione, e chiedo loro di guidarmi nella configurazione dei cavi di sicurezza. Nel silenzio della sala, l’unico suono è la voce metallica di un uomo e di una donna, in orbita a oltre 400 km di quota, a migliaia di chilometri di distanza. Quella di Shane la conosco bene: qualche anno fa, i nostri ruoli erano invertiti, ed ero io a dettargli la mia configurazione. Ricordo l’elettricità che scorre nelle vene, la straordinaria consapevolezza di tutto quello che accade intorno. Sullo schermo colgo l’immagine della Terra che si riflette sulle superfici lucidissime dei radiatori. Poi i due astronauti sono inquadrati mentre volano sopra l’Africa equatoriale. Ma io vedo tutt’altro: vedo un amico e il suo equipaggio, mentre esplorano i limiti del possibile, mentre sfidano la natura – mentre si espongono all’ambiente più ostile che esista. La loro vita dipende da decine di persone, che seguono ogni dettaglio dei loro scafandri, ogni respiro. Ogni battito del loro cuore. Queste persone hanno una voce sola: la mia. Nelle prossime sei ore, mentre lavorano da un sito all’altro, mentre soffrono caldo, freddo, sete, sono con loro, fuori. Dove scienza, tecnologia e umanità diventano esplorazione.