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Una valutazione accurata del programma F-35 è legittima, ma occhio alle esigenze operative delle nostre Forze armate, agli impatti sull’industria nazionale (che già ha subito la riduzione da 131 velivoli ai 90 attuali) e alla credibilità internazionale del Paese. Occhio anche a come evolve il programma, con prezzi per velivolo ormai inferiori a quelli di un caccia di quarta generazione. Parola del generale Vincenzo Camporini, vice presidente dell’Istituto affari internazionali (Iai) e già capo di Stato maggiore della Difesa, che Formiche.net ha raggiunto per commentare le recenti dichiarazioni del presidente del Consiglio Giuseppe Conte. “Questo governo non ha speso un solo euro per l’acquisto di nuovi F-35 – ha spiegato il premier a Famiglia Cristiana – tutto quello che è stato fatto fino a ora è frutto delle decisioni di chi ci ha preceduto”. Così, ha aggiunto, “noi oggi stiamo valutando gli impatti occupazionali ed economici della riduzione del programma. Un ridimensionamento ci sarà sicuramente, con modalità e tempi che chiariremo in modo chiaro e preciso”.

Generale, come commenta queste dichiarazioni del premier in merito alla partecipazione italiana al programma Joint Strike Fighter?

Ho sentito le parole del presidente del Consiglio e in particolare quelle in cui si parla di un riesame dell’impatto occupazionale ed economico. Ciò mi preoccupa non perché questi aspetti non siano da considerare, ma perché non si parla anche dell’impatto operativo. Da parte sua, il governo ha infatti il dovere di garantire l’efficienza delle Forze armate, elemento essenziale della statualità. Se tale concetto non è chiaro, potrebbe essere estremamente preoccupante, in quanto denoterebbe una scarsa chiarezza dei compiti principali dell’esecutivo. Le Forze armante rappresentano un pilastro della struttura dello Stato, e se qualcuno pensa di disfarsene o di ridurne le capacità, lo dica chiaramente.

Oltre agli aspetti operativi, ribaditi di recente anche dai capi di Stato maggiore di Aeronautica e Marina, Enzo Vecciarelli e Valter Girardelli, quali elementi deve tenere in considerazione una valutazione sul programma Joint Strike Fighter?

L’analisi deve essere comparativa in base alle esigenze del Paese sullo scenario internazionale, in modo tale da garantire l’autorevolezza dal punto di vista della posizione politica che vuole assumere. Fino ad ora, le Forze armate sono state quelle che (forse più e meglio di altri elementi) hanno permesso all’Italia di avere uno standing internazionale rilevante e riconosciuto. Si tratta di un capitale da valorizzare. Se vi si dovesse rinunciare, il Paese subirebbe un colpo determinante della propria capacità di proiezione nel mondo.

Si è fatto un’idea di quali potrebbero essere gli esiti della valutazione in corso?

Sinceramente no. Non so se tale analisi sia stata affidata allo Stato maggiore della Difesa o dell’Aeronautica, fatto che permetterebbe di avere prospettive razionali sul tema. Nel caso in cui sia stata invece affidata a personaggi esterni, non è chiaro cosa potersi aspettare. Ad ogni modo, mi auguro che chiunque stia facendo questa valutazione, stia seguendo con attenzione l’evoluzione del programma. L’ultima notizia è che il prezzo di ogni macchina è sceso al di sotto dei 90 milioni di dollari (il contratto siglato dal Pentagono e Lockheed Martin per l’undicesimo lotto di produzione a basso rateo prevede un prezzo per l’F-35 A pari a 89,2 milioni di dollari, il 5,4% in meno al Lotto 10, ndr). Si tratta di un costo estremamente inferiore rispetto a ciò che abbiamo pagato per gli straordinari ma costosi Eurofighter.

In passato, l’Italia ha già ridotto la propria partecipazione al programma, scendendo dalla previsione di acquistare 131 velivoli a quella attuale, che ne prevede 90. Quali furono gli effetti di quel ridimensionamento?

Si fecero sentire soprattutto sull’infrastruttura costruita a Cameri, in provincia di Novara (la linea nazionale di assemblaggio e verifica finale, Faco, ndr). Il suo rendimento è stato molto più basso di quello che ci si poteva attendere con la commessa iniziale. Il numero di ali da realizzare (inizialmente ne erano previste oltre 800, ndr), di velivoli da assemblare e di ore-lavoro necessarie per tutto questo è stato drasticamente ridotto. Il risultato è una struttura all’avanguardia che lavora meno di ciò che avrebbe potuto.

E per quanto riguarda le attività, molto remunerative, di manutenzione, riparazione e aggiornamento (MRO&U)? Cameri poteva aspirare a essere il centro europeo per questi servizi?

Per quanto concerne le attività di MRO&U, si tratta di contratti che vengono negoziati di volta in volta. La prima tornata non è andata molto bene per l’Italia, e l’offerta presentata dall’industria nazionale non è stata considerata competitiva rispetto a quella di altri Paesi. Verranno formulate altre proposte, ma chiaramente saranno condizionate all’entità della nostra partecipazione al programma. Per questo stiamo mettendo delle ipoteche sul futuro dell’Italia.

Le dichiarazioni di Conte sembrano leggermente diverse rispetto a quelle che aveva espresso accanto a Donald Trump nel vertice di Washington a fine luglio. Lì, aveva parlato di “valutazione curata e ponderata” e di “trasparenza con il partner americano”. In caso di un ridimensionamento, ci potrebbero essere effetti sul rapporto tra Roma e Washington?

Penso di sì. Anche se bisogna dire che il governo ci ha abituato a dichiarazioni, correzioni, precisazioni e smentite. È un atteggiamento che rischia di diventare deleterio per la credibilità del Paese. Viviamo in questa fase storica e dobbiamo prenderne atto, ma è ovvio che bisogna anche ammettere l’ipotesi per cui altri Paesi, a un certo punto, non si fideranno più di noi.