Ecco quale sarà la politica estera di Trump

Di Alessandro Marrone

L’analisi di Alessandro Marrone, responsabile di ricerca del Programma sicurezza e difesa dell’Istituto affari internazionali (Iai)

L’approccio del neo eletto presidente Donald Trump alla politica estera e di difesa, alle alleanze e alle crisi in corso, è al momento poco prevedibile. Tre elementi emersi negli ultimi mesi costituiscono però il punto di partenza per ipotizzare come si muoverà il prossimo presidente repubblicano sulla scena internazionale: nazionalismo estremamente realista; preferenza per accordi bilaterali con le potenze regionali e riluttanza a intervenire militarmente su larga scala. La prossima amministrazione è al momento poco prevedibile per almeno cinque fattori: l’estraneità di Trump all’establishment della politica statunitense; la conseguente incertezza su chi nominerà nel suo staff, dal Pentagono al Dipartimento di Stato e oltre; la mancanza di un’efficace opposizione democratica nella Camera e nel Senato controllati dai repubblicani, che accresce quindi il suo margine di manovra; il fatto che Trump abbia vinto ampiamente queste elezioni, anche in stati democratici, proprio grazie a una posizione di rottura con le tradizionali linee guida della politica statunitense, anche all’estero; il suo temperamento sanguigno.

Il nuovo presidente ha meno fiducia dei suoi predecessori nelle istituzioni internazionali e nel sistema di alleanze che gli Stati Uniti hanno costruito nei decenni. Non è contro di essi in quanto tali, ma li ritiene un mero strumento al servizio degli interessi nazionali Usa e che può essere abbandonato (o modificato) se non assolve più a questo scopo. Più in generale, Trump è soprattutto un nazionalista, quindi anche la globalizzazione o l’ordine internazionale liberale non sono ritenuti elementi positivi per sé, ma solo nella misura in cui beneficiano gli Stati Uniti quanto a immediati interessi nazionali, economici e di sicurezza. L’elemento nazionalista e realista non era certo assente nelle precedenti amministrazioni, ma i suoi predecessori hanno ritenuto che gli Stati Uniti beneficiassero strutturalmente da un sistema internazionale basato sul libero scambio ed i valori democratici, mentre Trump intende valutare questa convenienza caso per caso. Trump non avrà letto Lord Palmerston, ma potrebbe ben riconoscersi nell’affermazione del premier britannico dell’800 secondo cui “non abbiamo alleati eterni né nemici permanenti, solo i nostri interessi sono eterni e permanenti ed è nostro dovere perseguirli”. Bisognerà vedere come il sistema internazionale reagirà a un tale approccio da parte della potenza che ne rimane comunque il perno, e quindi se Trump dovesse correggere la rotta in corso d’opera.

Il secondo elemento dell’approccio di Trump sta nel ritenere che gli accordi bilaterali con le grandi e medie potenze siano il mezzo migliore per ottenere risultati più vantaggiosi per gli Stati Uniti, nel campo dell’economia come della sicurezza. Accordi da ricercare in primo luogo con gli stati maggiori, in grado a loro volta di assicurare una minima situazione di stabilità regionale funzionale agli interessi Usa. Questo può portare anche a sacrificare la posizione degli alleati minori, la coesione delle alleanze e il funzionamento delle organizzazioni multilaterali di cui Washington fa parte, se il gioco vale la candela alla luce degli interessi statunitensi. Anche questo elemento non è certo nuovo nella storia della Guerra Fredda e del periodo successivo, ma con Trump è probabile venga accentuato rispetto all’amministrazione Obama – che pure ha chiuso un accordo bilaterale con Teheran a danno degli alleati sauditi e israeliani. La fiducia negli accordi bilaterali deriva anche dall’esperienza di Trump nel settore privato, ma potrebbe scontrarsi con la complessità di teatri in cui attori regionali sono in conflitto tra loro a geometria variabile, e un accordo bilaterale con il più forte non necessariamente riduce la conflittualità.

Coerentemente con i precedenti due punti, Trump promette meno interventismo all’estero dei suoi predecessori repubblicani e democratici. Lontano anni luce dall’idea di Responsibility to Protect, Trump ha anche criticato la condotta repubblicana della guerra al terrorismo basata sull’impiego della forza militare su larga scala in Iraq e Afghanistan. In questo, il nuovo presidente si avvicina paradossalmente ad Obama, che negli ultimi otto anni ha cercato di porre fine alla presenza di truppe Usa sul terreno iracheno, di ridurla su quello afgano, e di evitarla del tutto in Libia e Siria. L’aumento di instabilità e conflittualità dovuto anche al relativo disimpegno militare ha poi portato l’amministrazione democratica ad una parziale marcia indietro, avviando campagne aeree, inviando significative forze speciali e ricorrendo agli assassini mirati di sospetti terroristi nella regione del Medio Oriente e Nord Africa. Trump si è detto pronto ad intervenire militarmente dove e quando dovesse sorgere una minaccia diretta agli interessi e alla sicurezza americana: è probabile che lo farebbe in modo simile ad Obama contando primariamente sull’uso del potere aereo e delle forze speciali, senza quindi l’impiego di truppe di terra, ma non si può escludere una escalation militare se la situazione lo richiedesse. Non bisogna infatti dimenticare che anche George W. Bush aveva vinto le elezioni presidenziali del 2000 con una esplicita e forte promessa di ridurre l’impegno militare all’estero, dopo le “guerre umanitarie” condotte dall’amministrazione Clinton, ma poi gli attentati dell’11 settembre hanno cambiato radicalmente la sua politica estera e di difesa.

In generale, non tutto quello che un candidato alla Casa Bianca promette in campagna elettorale viene poi perseguito, e men che meno realizzato, una volta che esasperare le proprie posizioni in campagna elettorale è servito a raccogliere voti. È quindi opportuno riflettere a mente fredda sugli scenari che la presidenza Trump apre per la sicurezza euro-atlantica, la Nato e l’Italia.

L’analisi è stata pubblicata su AffarInternazionali