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“Non sono la priorità del Paese in questo momento”. Così il vice premier Luigi Di Maio è tornato, dallo studio di Agorà, sul programma F-35, ribadendo tra l’altro il “taglio di mezzo miliardo alla spesa militare inutile” che, da tempo, alimenta le preoccupazioni per un comparto strategico per il Paese, ma colpito da anni di budget risicati. Le parole del numero uno del Mise arrivano dopo due giorni in cui il dibattito interno sulla partecipazione italiana al programma Joint Strike Fighter si è riacceso. Ieri sera, è tornato sull’argomento anche il sottosegretario alla Difesa Angelo Tofalo, ribadendo la centralità di “un’interlocuzione con l’alleato americano”. Gli esiti della valutazione tecnica di palazzo Baracchini sono attesi per i primi mesi del prossimo anno, e qualcuno già prevede una possibile diluizione degli acquisti. Nel frattempo però, il Joint Strike Fighter procede spedito sul fronte internazionale, mentre il nuovo capo di Stato maggiore dell’Aeronautica italiano ribadisce la centralità dell’assetto per il futuro potere aereo del Paese.

OBIETTIVO CONSEGNE RAGGIUNTO

Con la consegna del nuovo velivolo al Corpo dei Marines degli Stati Uniti, il costruttore Lockheed Martin ha raggiunto l’obiettivo concordato con il governo, salendo a quota 91 velivoli consegnati nel corso dell’anno. Si tratta di un aumento del 40% rispetto al 2017, e del 100% rispetto ai livelli produttivi del 2016. Per il prossimo anno, l’obiettivo è confermare il trend, raggiungendo le 130 consegne. Il raggiungimento dell’obiettivo “dimostra che il programma è pronto per la produzione a pieno rateo e pronto per consegnare sulla base di una crescente domanda da parte dei nostri partner internazionali”, ha detto Greg Ulmer, vice presidente di Lockheed Martin e general manager del programma F-35. “Anno dopo anno – ha aggiunto – abbiamo aumentato la produzione, abbassato i costi, ridotto i tempi di produzione e incrementato le consegne”. In particolare, le 91 consegne dell’anno hanno riguardato 54 F-35 diretti agli Usa, 21 per i Paesi partner del programma e 16 per i clienti internazionali, soggetti alla procedura di Foreign Military Sales.

NUMERI IN CRESCITA

In questo modo, le consegne complessive hanno superato i 355 velivoli, operativi da 16 basi in tutto il mondo. Oltre 730 piloti e 6.700 manutentori sono stati addestrati, mentre la flotta ha superato le 175mila ore cumulative di volo. Dieci nazioni hanno ricevuto il velivolo, sette lo stanno operando su base nel proprio territorio, quattro hanno dichiarato la capacità operativa iniziale (tra cui anche l’Italia, primo Paese in Europa) e due hanno annunciato l’impiego in combattimento (Israele in Siria e gli Stati Uniti in Afghanistan). Numeri destinati a salire nei prossimi anni, visto le notizie arrivate recentemente dal Giappone, intenzionato ad aumentare la richiesta da 42 velivoli a 147. A fine ottobre, anche il Belgio si è aggiunto alla schiera dei clienti, selezionando l’F-35 (previsto in 34 esemplari) per il rimpiazzo della flotta di F-16. Negli ultimissimi giorni è sembrato invece allontanarsi lo spettro di un’estromissione della Turchia dal programma, un’eventualità su cui il Congresso americano e il Pentagono stanno ancora discutendo. Le parole positive del presidente Recep Tayyip Erdogan sui piani per l’F-35 e un’eventuale intesa sul dossier siriano con Donald Trump, lasciano presagire tempi migliori tra Washington e Ankara.

VERSO LA PRODUZIONE A PIENO RATEO

L’aumento delle consegne e dei ritmi di lavoro preannuncia il prossimo passaggio alla produzione a pieno rateo. A inizio mese, Lockheed Martin ha avviato gli ultimi test operativi (detti “IOT&E”) prima dell’ambito potenziamento, con la previsione di portarli a termini a settembre del prossimo anno. L’incremento della produzione ha comunque già prodotto i suoi effetti sui costi. Un F-35 A costa oggi (il riferimento è all’undicesimo lotto, il cui contratto è stato finalizzato a fine settembre) 89,2 milioni di dollari (il 5,4% in meno rispetto al lotto precedente). Significa che il suo prezzo è paragonabile, se non inferiore, a quello di un velivolo di quarta generazione. L’obiettivo è comunque ancora più ambizioso, e prevede di arrivare a 80 milioni entro il 2020, quando sarà finalizzato il 14esimo lotto.

IL DIBATTITO IN ITALIA

Nel frattempo, in Italia il programma è tornato sotto i riflettori. A riaccenderli sono state le parole del sottosegretario alla Difesa Angelo Tofalo lo scorso martedì, durante un evento alla Camera. In Italia, ha detto, si è parlato “spesso in maniera distorta degli F-35”; il velivolo rappresenta forse “la migliore tecnologia al mondo”, su cui comunque “è normale fare dei ragionamenti di tasca”; resta “ovvio – ha rimarcato – che non possiamo rinunciare a una grande capacità”. Questo è bastato per innescare le proteste della base del Movimento, su cui è intervenuto anche il vice premier Luigi Di Maio, affermando che sul programma “restiamo molto perplessi” e che “elogiare la tecnologia non significa che si voglia continuare a rifinanziare tutto il programma”.

IL CHIARIMENTO DI TOFALO

Poi, in serata, Tofalo ha trasmesso in diretta su Facebook un video esplicativo, mettendo in chiaro alcuni punti: “L’Italia deve trovare una soluzione che contemperi, da un lato, l’esigenza di non gravare sulle finanze pubbliche in un momento di così forte crisi e, dall’altro, di conservare la sovranità nazionale mantenendo la piena capacità operativa nella difesa dello spazio aereo”. Su tutto questo, “la valutazione tecnica è ancora in corso”, ma è certo che “fino ad oggi questo governo non ha speso un solo euro per l’acquisto di nuovi velivoli”. Sulla valutazione resta “prioritaria un’interlocuzione con i nostri alleati, gli Stati Uniti”. Così, “per proporre diverse idee”, nei prossimi mesi Tofalo incontrerà i vari partner e ascolterà “anche le loro istanze”. Gli Usa, ha aggiunto, “sanno di poter fare affidamento sulla nostra parola perché siamo persone serie”. È comunque “certo che il programma sarà rivisto, nel rispetto degli impegni presi ma anche tenendo conto soprattutto dell’interesse nazionale”.

LE PAROLE DEL GENERALE ROSSO

Nel frattempo, sul programma si è pronunciato anche il nuovo capo di Stato maggiore dell’Aeronautica Alberto Rosso, che proprio poche settimana fa aveva annunciato dalla base di Amendola il raggiungimento della capacità operativa iniziale sul velivolo di quinta generazione, un risultato importante per tutto il Paese. Si tratta di “un sistema in grado di essere impiegato con grandissima efficacia nelle operazioni aeree più complesse e disparate”, ha detto nell’intervista ad Aeronautica. “Abbiamo ancora una volta avuto la riprova – ha aggiunto – che questo sistema rappresenta un salto culturale epocale dalle potenzialità spesso sorprendenti, che stiamo scoprendo giorno dopo giorno, nella quotidiana attività di volo”. Parole che si sommano a quelle giunte in passato dal suo predecessore, Enzo Vecciarelli (ora capo di Stato maggiore della Difesa), e dal numero uno della Marina Valter Girardelli. Il programma, aveva detto l’ammiraglio, resta “imprescindibile e di fondamentale importanza, per poter esprimere in pieno le capacità strategiche e operative della portaerei nave Cavour”. D’altra parte, ci aveva spiegato il generale Vincenzo Camporini, vice presidente dell’Istituto affari internazionali (Iai), “oggi, al mondo, non esiste nulla che possa essere paragonato agli F-35 e l’Italia ha bisogno di questi aeroplani per mantenere, si badi bene, non per aumentare le sue capacità operative in un mondo che è sempre più inquieto”.