, In Evidenza, Slider

Export verso l’Arabia Saudita, programma F-35 e impiego di militari per le buche delle strade di Roma. Sono le pillole di difesa toccate da Giuseppe Conte durante la tradizionale conferenza stampa di fine anno, inevitabilmente concentratasi sulla “manovra del popolo” e sul suo anomalo iter in Parlamento. Eppure, nell’ambito della legge di bilancio, la Difesa è toccata grandemente, compresi gli annunciati tagli che da tempo hanno messo in agitazione il comparto, già colpito da anni di budget risicati.

L’EXPORT MILITARE

Interrogato sulla vendita di armi all’Arabia Saudita, il premier ha ammesso che “il tema è nell’agenda nelle nostre riflessioni; stiamo valutando quali conseguenze trarre”, una valutazione che coinvolge i ministeri di Difesa, Esteri e Sviluppo economico, visto che “Luigi Di Maio si è sempre mostrato particolarmente attento al tema”. La questione è dibattuta da oltre due anni, e riguarda l’eventuale impiego di forniture militari prodotte in Italia per il conflitto in Yemen, ipotesi per cui, in passato, il M5S aveva contestato i precedenti esecutivi sull’autorizzazione all’export. Da ultimo si è aggiunto il caso Khashoggi, che però non ha fermato neanche gli Stati Uniti nei rapporti (molto stretti) con Riad nel campo della Difesa.

LA CONFUSIONE SUL TEMA

Per il nostro Paese, il riferimento è la Legge 185 del 1990, che vieta l’export di materiali di armamento verso Paesi “in stato di conflitto armato, in contrasto con i principi dell’articolo 51 della Carta delle Nazioni Unite (relativo all’autodifesa, ndr), fatto salvo il rispetto degli obblighi internazionali dell’Italia o le diverse deliberazioni del Consiglio dei ministri, da adottare previo parere delle Camere”. Una definizione che rischia di essere oggi piuttosto datata, vista la notevole diffusione di conflitti ibridi, in cui non sono sempre chiare le parti in gioco. Risulta dunque “fuorviante – scriveva già mesi fa l’esperto Michele Nones – sostenere che l’Arabia Saudita andrebbe considerata come coinvolta in un conflitto armato perché interviene insieme ad altri Paesi a sostegno del governo dello Yemen, mentre non dovevano esserlo considerati Francia e Regno Unito che bombardarono unilateralmente la Libia e tutti quelli che lo fanno adesso, così come quelli che lo hanno fatto in Siria”.

IL DIBATTITO

A inizio settembre era stato comunque il ministro Elisabetta Trenta a chiedere alla Farnesina di valutare il rispetto della norma circa le forniture dirette all’Arabia Saudita. Aveva prontamente risposto il sottosegretario agli Esteri in quota Lega Guglielmo Picchi, dichiarando la legittimità delle vendite in questione, invitando tra l’altro ad essere “consapevoli di ogni conseguenza negativa occupazionale e commerciale” nel caso di una “diverso indirizzo politico”. Ora, ha rimarcato Conte in conferenza stampa, “sicuramente non siamo favorevoli alla vendita di armi e si tratta dunque di formalizzare questa posizione e di trarne le conseguenze”. Un’affermazione, quest’ultima, non così chiara, che forse andava meglio contestualizzata, esplicitando se il riferimento fosse alla guerra in Yemen (cosa che sembra più ovvia) o all’export militare verso l’Arabia Saudita nel suo complesso. In quest’ultimo caso, un’eventuale interruzione dei rapporti sarebbe in netta controtendenza rispetto a tutti i trend globali, ed escluderebbe un importante comparto industriale da un mercato in costante ascesa, senza trascurare le ricadute di carattere diplomatico e strategico.

I NUMERI

Nel 2017, secondo i dati dell’autorevole istituto di Stoccolma Sipri, l’Arabia Saudita è stato il terzo Paese al mondo per spesa militare dopo Stati Uniti e Cina, con quasi 70 miliardi di dollari spesi nel settore, il 9,2% in più rispetto all’anno prima. Riad occupa però il secondo gradino del podio per quanto riguarda l’import nel periodo 2013-2017, seconda solo all’India. Principali partner sono gli Stati Uniti, Regno Unito, e Francia, che coprono rispettivamente il 61%, il 23% e il 3,6% del complessivo import della difesa saudita. Guardando il lato dell’export, l’Arabia è la prima destinazione dei prodotti militari made in Uk (assorbendo il 49% delle esportazioni britanniche nel settore) e made in Usa (con il 18%).

IL RISPETTO DELLE COMPETENZE DELLE FORZE ARMATE

Ma il presidente del Consiglio è intervenuto anche sulla recente polemica relativa all’ipotesi di impiego dei militari per il ripristino straordinario delle strade della Capitale, una proposta che tanto aveva fatto discutere la scorsa settimana. Un primo emendamento alla manovra per inserire tale misura (a firma del senatore M5S Vincenzo Presutto) era stato dichiarato inammissibile dalla commissione Bilancio di palazzo Madama, poiché prevedeva l’intervento del Genio militare per circa 55mila buche romane senza uno stato d’emergenza, condizione indispensabile per attivare gli uomini in divisa. La correzione è stata poi introdotta in un successivo emendamento, senza però riuscire a placare le polemiche. “Non possiamo mortificare il Genio”, ha detto oggi Conte riferendosi anche all’ipotesi di ricorrere ai militari per supportare il contrasto all’emergenza spazzatura nella Capitale. Nelle Forze armate “si annidano eccellenze e competenze di assoluto rilievo”, che verrebbero snaturare per impieghi di questo tipo, ha aggiunto il premier.

IL DOSSIER F-35

Poi, un riferimento al programma F-35, per cui è ancora in corso la valutazione tecnica promossa dal ministero della Difesa. La scorsa settimana, il tema era tornato sotto i riflettori, dopo le parole del sottosegretario Angelo Tofalo (“non possiamo rinunciare a una grande capacità”) che avevano agitato la base del M5S. “Non sono la priorità del Paese in questo momento”, aveva detto Luigi Di Maio, seguito poi dallo stesso Tofalo per maggiori dettagli: “L’Italia – spiegava il sottosegretario – deve trovare una soluzione che contemperi, da un lato, l’esigenza di non gravare sulle finanze pubbliche in un momento di così forte crisi e, dall’altro, di conservare la sovranità nazionale mantenendo la piena capacità operativa nella difesa dello spazio aereo”. Da questo punto di vista, aggiungeva, resta “prioritaria un’interlocuzione con i nostri alleati, gli Stati Uniti”. Sulla stessa linea le parole in conferenza stampa di Conte (che del tema aveva parlato direttamente con Trump a fine luglio): “Sugli F-35 è in atto una valutazione tecnica condotta dal ministro competente Trenta e all’esito interverremo meglio; allo stato attuale, questo governo non ha speso un euro per gli F-35 e alla fine faremo le valutazioni”.

COSA SOSTENGONO LE FORZE ARMATE

Nel frattempo, il programma internazionale ha raggiunto l’obiettivo di 91 consegne nel corso dell’anno, pari al 40% in più rispetto al 2017. Parimenti sono scesi i costi, con l’obiettivo di arrivare nel 2020 a 80 milioni di dollari per un F-35 A, prezzo paragonabile (se non inferiore) a quello per un caccia di quarta generazione. Intanto, dentro i confini, sul programma si era pronunciato anche il nuovo capo di Stato maggiore dell’Aeronautica Alberto Rosso, che proprio poche settimana prima aveva annunciato dalla base di Amendola il raggiungimento della capacità operativa iniziale sul velivolo di quinta generazione, un risultato importante per tutto il Paese. Si tratta di “un sistema in grado di essere impiegato con grandissima efficacia nelle operazioni aeree più complesse e disparate”, ha detto nell’intervista ad Aeronautica, seguendo così quanto affermato dal predecessore Enzo Vecciarelli e dal collega della Marina Valter Girardelli. “Abbiamo ancora una volta avuto la riprova – ha aggiunto il generale – che questo sistema rappresenta un salto culturale epocale dalle potenzialità spesso sorprendenti, che stiamo scoprendo giorno dopo giorno, nella quotidiana attività di volo”.