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Nell’accordo di collaborazione che Angela Merkel ed Emmanuel Macron sigleranno la prossima settimana, ci dovrebbe essere anche una nuova intesa sull’export di materiali d’armamento. L’obiettivo è conformare le politiche e le norme sul tema, così diverse da aver già fatto discutere francesi e tedeschi circa le prospettive di esportazione per il caccia del futuro, l’Fcas su cui i due Paesi hanno da tempo deciso di collaborare (escludendo, per ora, di ammettere altri nel ruolo di protagonisti).

Non è un segreto che Parigi e Berlino siano a lavoro per approfondire la cooperazione nel campo dell’industria strategica, e il recente caso Fincantieri-Stx (con entrambe a chiedere alla Commissione di valutare l’operazione) lo ha confermato. Il tentativo sembra ormai evidente, ed è bene rendersene conto: transalpini e teutonici vogliono a guidare la nascente Difesa comune europea, e non solo.

IL CAPITO EXPORT

Lo scorso ottobre, era stato il quotidiano tedesco Der Spiegel a rivelare “la minaccia” francese ai colleghi tedeschi, arrivata nel corso di un incontro a settembre: o si prevede la possibilità di export illimitato per il caccia del futuro, oppure il progetto salta. La divergenza sull’approccio alle esportazioni militari è ormai storica. “Francia e Germania hanno regole e procedure per l’export simili, ma Berlino è più cauta di Parigi e, anche peggio, è diventata più imprevedibile nelle proprie pratiche”, hanno spiegato su Carnegie Europe Claudia Major (senior associate del think tank tedesco Swp) e Christian Mölling(research director del German Council on Foreign Relations). “Persino gli alleati della Nato che la Germania è obbligata a supportare – hanno aggiunto i ricercatori – hanno ricevuto dei no, senza spiegazione adeguata, per alcuni acquisti in Germania. È successo ad esempio alla Lituania quando volle comprare un kit per sostenere la deterrenza della Nato nei Paesi baltici”.

I PROGETTI DI COLLABORAZIONE

Ora però le cose sembrano essere cambiate. Il governo tedesco – riporta Defense News – ha infatti approvato il testo di un accordo che “invoca un approccio comune all’export di armi in tutti i programmi condivisi”. L’obiettivo principale è procedere con il Future combat air system (Fcas), il caccia del futuro che potrebbe essere operativo a partire dal 2040, prendendo il posto degli Eurofighter e dei Rafale. L’intesa è stata presentata dal presidente e dalla cancelliera a luglio del 2017, e ha poi visto la sigla di un primo accordo l’aprile successivo tra la francese Dassault e il colosso franco-tedesco Airbus. Eppure, non c’è solo il programma aeronautico nei pensieri di Berlino e Parigi.

L’ANALISI DI MICHELE NONES

“Conoscendo la logica di fondo della collaborazione, credo che l’obiettivo sia coordinare le intere politiche esportative; non un singolo programma, ma tutti i programmi congiunti”, ci ha spiegato Michele Nones, consigliere scientifico dell’Istituto affari internazionali (Iai). “È addirittura possibile che si pongano un problema di coordinamento non tanto sui prodotti da esportare, quanto sull’affidabilità dei singoli Paesi, andando oltre la condivisione dei dinieghi già prevista da un accordo europeo”. Il tema, ha rimarcato l’esperto, “è in discussione da tanto tempo”, e riguarda la possibilità di “rafforzare il coordinamento e l’interscambio di informazioni”, nonché soprattutto l’opportunità di “spostare a monte la procedura di verifica sull’export”. Difatti, “un conto è valutare l’esportazione quando è già stata avviata una discussione con il potenziale acquirente, un conto è farlo a monte, evitando implicazioni negative dal punto di vista politico e diplomatico”.

L’OPPORTUNITÀ EUROPEA

D’altronde, “l’idea è girata parecchio in Europa, anche se non ha mai trovato spazio poiché richiedere una vera cooperazione rafforzata”. Si tratta infatti di “delegare all’assemblatore finale – ha evidenziato Nones – l’esclusività delle decisioni in materia di export, ovviamente a condizione che le componenti di importazioni, che vengono cioè realizzate in altri Paesi, non superino certe soglie economiche (ad esempio sul valore della commessa finale) oppure non riguardino componenti particolarmente sensibili”. Non è ancora chiaro se Francia e Germania “avranno il coraggio di rompere questo tabù”, delegandosi a vicenda le esportazioni di prodotto di cui l’altro è integratore. Così facendo, entrambi i Paesi avrebbero la possibilità di scaricare il peso politico di alcune decisioni, un elemento che fa gola soprattutto ai tedeschi. “La rigidità delle politiche esportative è spesso fonte di imbarazzo per lo stesso governo di Berlino”, ha spiegato Nones. Così, “un sistema che, con le dovute cautele, offra al Paese con più difficoltà politiche o più lungo iter di approvazione una motivazione valida per dire che non abbia responsabilità nell’export potrebbe andare bene a tanti”.

LE QUESTIONI APERTE

Su questo potrebbero dunque trovare l’accordo Francia e Germania, tra cui comunque restano altre distanze nel campo della difesa. Innanzitutto, a dividere francesi e tedeschi è l’approccio alla nascente Difesa comune europea, particolarmente evidente del dibattito che fu relativo alla cooperazione strutturata permanente (Pesco). Se Parigi ha sempre preferito una Pesco a numero ristretto di Stati, così da garantire l’efficienza dell’iniziativa, ma anche un ruolo di primo piano per sé, Berlino ha sostenuto (insieme all’Italia) la via dell’inclusività, quella che poi ha prevalso con l’adesione di ben 25 Paesi ai primi progetti. L’ambizione francese tuttavia è rimasta, e lo dimostra l’European intervention initiative (Ei2) lanciata da Macron ed estranea al contesto della Nato e dell’Ue. Nonostante l’adesione, la Germania non ha mai nascosto i dubbi sul piano transalpino. Sibillina fu la frase della Merkel ad aprile in Polonia: “Il futuro dell’Europa è caro al mio cuore; e con ciò mi riferisco all’Europa di 27 Stati membri, e non all’Europa dell’eurozona o di altri gruppi”.

LA DIVERGENZE SULL’AUTONOMIA STRATEGICA

Di fondo, resta la differenza di vedute sul concetto di “autonomia strategica” per il Vecchio continente. Per Berlino è da intendersi in maniera soft, come assunzione di responsabilità di fronte all’arretramento degli Usa e soprattutto a un contesto internazionale sempre più instabile, aumentando il proprio impegno all’estero in linea con i dettami del Libro bianco per la difesa del 2016. La Francia, invece, lo interpreta in maniera radicale, conservando la tradizionale ambizione a slegarsi dall’alleato statunitense. Un obiettivo che è esploso a novembre a Parigi, quando le celebrazioni per i cento anni dalla fine della Grande guerra furono condite dal botta e risposta sull’Esercito europeo tra Macron e Donald Trump.

L’EFFETTO MATTIS

Ad avvicinare i due Paesi europei potrebbe però contribuire il recente ritiro (con spinta di Trump) del segretario alla Difesa James Mattis, in contrasto con la linea adottata dal presidente per il ritiro (ad ora incerto) dal Medio Oriente. Secondo l’European Council on Foreign Relations (Ecfr), l’allontanamento del generale dei Marines non è stato preso bene dal governo di Berlino, che intendeva Mattis come facilitatore del dialogo con Washington. Se il presidente non ha mai smesso di richiamare la Germania sulla lontananza dall’obiettivo definito in ambito Nato di spendere il 2% del Pil per la Difesa, l’ex numero uno del Pentagono era sempre intervenuto a normalizzare eventuali attriti, ribadendo la tenuta dell’asse transatlantico. Ora, spiegano gli esperti, la Germania ha perso questo punto di riferimento, considerato anche estremo conoscitore delle dinamiche interne al Vecchio continente. Se a ciò si aggiungono le note divergenze commerciali, appare più lineare la decisione di avvicinarsi alla Francia. Tutto questo rappresenta una sfida per l’Italia, che resta volenterosa nel rappresentare un ponte tra le due sponde dell’oceano. D’altra parte, la partita nel Vecchio continente (con in ballo i 13 miliardi del prossimo Fondo europeo per la difesa) sta assumendo dei contorti sempre più definiti. L’attivismo di Francia e Germania sul fronte Fincantieri-Stx è un segnale d’allarme da tenere in considerazione.