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Il Caucaso meridionale è una delle aree a più alta conflittualità del mondo. Scossa dal crollo dell’Unione Sovietica e, più recentemente, dalla guerra in Ucraina e dalla nefasta influenza dello Stato Islamico, la regione vede un contrapporsi di interessi nazionali che pare senza soluzione. Sul campo contano gli attori locali Georgia, Armenia e Azerbaigian, ma anche le influenze esterne originate dalla Russia, dagli Stati Uniti, dalla Turchia, dall’Iran e anche dall’Unione europea. L’assenza del Caucaso dalle prime pagine dei giornali non deve far dimenticare i conflitti “congelati” che minacciano di esplodere investendo la sicurezza dell’Europa: come l’Abcasia e l’Ossezia del sud, regioni della Georgia di fatto indipendenti e sostenute dalla Russia, o il Nagorno Karabakh, zona controllata dagli azeri ma rivendicata dagli armeni. Senza trascurare, poi, l’importanza che l’area riveste per la dimensione energetica del vecchio continente. Non a caso, questo mese sarà presentata una riforma della Politica europea di vicinato, l’attività di cooperazione che Bruxelles rivolge ai suoi vicini dell’est.

Delle tensioni nel Caucaso e delle loro potenziali ripercussioni sulla sicurezza europea si è parlato oggi alla conferenza “Security challenges of the South Caucasus in the changing geopolitical context”, organizzata a Roma dall’Istituto Affari Internazionali. Tra gli ospiti Fariz Ismailzade, vice rettore dell’Accademia diplomatica di Baku, Dennis Sammut, direttore del think tank LINKS di Londra, Andrey Makarychev, docente dell’Università di Tartu e Lerna Yanik, professoressa dell’Università Kadir Has di Istanbul.

Gli equilibri geopolitici nel Caucaso mutano velocemente e con essi le opinioni delle popolazioni locali. “Negli anni 90 Georgia, Armenia e Azerbaigian vedevano l’avvicinamento ai modelli occidentali come un percorso naturale. Ma quell’euforia è oggi scomparsa – avverte l’azero Fairz Ismailzade – Nonostante le promesse di supporto agli Stati di nuova indipendenza, la Nato non è stata capace di proteggere e garantire la loro integrità territoriale, come dimostrato in Georgia nel 2008 e in Ucraina l’anno scorso. L’Unione europea, invece, attraverso lo strumento della Politica di vicinato, si è arenata su promesse vaghe e requisiti poco chiari per negoziare l’ingresso nella Unione”. Nel 2013, Bruxelles era giunta a offrire ai Paesi caucasici un Accordo di associazione, un autentico salto di qualità nella cooperazione internazionale. Tuttavia, secondo Ismailzade “proporre un accordo così significativo ha avuto l’effetto di un ultimatum, ponendo le autorità politiche del Caucaso di fronte a scelte difficili tra differenti modelli di sviluppo”.

“Infatti le reazioni alla proposta furono le più diverse – ricorda Dennis Sammut – e solo la Georgia ha continuato sulla strada del dialogo. I leader di Erevan hanno cambiato opinione improvvisamente, preferendo prendere parte all’Unione economica eurasiatica proposta da Vladimir Putin, mentre l’Azerbaigian ha rifiutato fin da subito”. Secondo il ricercatore, numerosi errori sono stati commessi a Bruxelles: “i vari Alti rappresentanti della politica estera dell’Ue (Solana, Ashton, Mogherini) non hanno dedicato al Caucaso un’attenzione sufficiente. Presto o tardi ci verrà presentato il conto di questo disinteresse”. I frozen conflicts della regione, infatti, minacciano di sciogliersi da un momento all’altro. “Il dialogo diplomatico su Abcasia e Ossezia è in stallo – specifica Sammut – mentre la popolazione locale periodicamente si solleva contro la Russia. E nel Nagorgo Karabakh aumentano gli incidenti al confine e continua il flusso di armi da Mosca ai ribelli. L’Ue deve sviluppare con urgenza un nuovo quadro di cooperazione che colmi la distanza che si è creata tra l’Europa e il Caucaso, coinvolgendo anche le popolazioni locali e la percezione che esse hanno dell’Unione e della Nato”.

Ma il soft power dell’Occidente non è l’unica forza all’opera nel Caucaso. Anche Mosca si muove, esercitando un’influenza di stampo conservatore. “La Russia è attiva in quei Paesi non solo con strumenti militari, ma anche attraverso associazioni, think tank e la stessa Chiesa ortodossa russa – spiega Andrey Makarychev dell’Università di Tartu, in Estonia – tutte realtà unite nel promuovere una certa visione dei rapporti internazionali. In Georgia, ad esempio, la Russia alimenta una propria lettura della guerra del 2008 sia attraverso argomenti giuridici, come il riconoscimento di Abcasia e Ossezia come Stati indipendenti, sia attraverso mosse politiche, come l’invito rivolto alle due regioni ribelli perché si riuniscano alla Georgia in una confederazione”.

Un altro attore sullo scacchiere del Caucaso è la Turchia, ponte tra l’Europa e l’Asia. Come spiega Lerna Yanik “Ankara si trovò coinvolta nella regione nell’ultima fase della Guerra Fredda, quando la contrapposizione ideologica con l’Urss andò mitigandosi fino alla conclusione di un accordo sul gas naturale, nel 1984”. “Ma l’aspirazione turca di diffondere tra le repubbliche ex-sovietiche il suo modello di Paese islamico ma costituzionalmente laico e democratico si scontrò con la debolezza interna della Turchia negli anni 90 – dice la professoressa – e fu sostituito da un approccio più realistico, basato sugli scambi economici e sulle infrastrutture energetiche”. Il dominio di Ankara, inoltre, è strategicamente cruciale per la sicurezza europea. “La porosità del confine tra Turchia e Siria rappresenta un problema per la sicurezza del continente – ricorda Yanik – non solo per il massiccio afflusso di rifugiati, ma anche per ragioni sanitarie. Si pensi al rischio di transito di malattie, come la poliomelite, da tempo eradicate in Europa”.