Un futuro a due velocità?

Di Carlo Jean

Nel Summit Nato del 4-5 settembre si dovrà decidere se l’Alleanza rimarrà un’organizzazione o prendere atto delle fratture strategiche esistenti fra la sua parte occidentale e quella orientale. È caduta l’ipotesi di fondarla sul binomio Usa-Europa. Quest’ultima è debole militarmente, e non esiste politicamente. Gli Stati Uniti intanto stanno certamente pensando a una Nato orientale – dalla Svezia alla Turchia – in cui la dimensione militare avrà importanza, e a una occidentale, al limite serbatoio di forze, interessata soprattutto alla sicurezza energetica e cibernetica
Molti pensavano che la crisi ucraina avrebbe rafforzato la Nato. Invece ha posto in rilievo le divisioni, non solo fra l’Europa e gli Usa, ma soprattutto all’interno dell’Europa. La questione tedesca e i rapporti fra Berlino e Mosca e quelli della Germania con gli Usa sono tornati al centro del dibattito geopolitico.
Indubbiamente la crisi ha segnato un ritorno dell’interesse americano per l’Europa. Taluni hanno addirittura affermato che il Focus to Europe avrebbe sostituito il Pivot to Asia. Tutti i nostalgici dell’unità dell’Occidente, fautori del Ttip (Transatrantic trade and investment partnership) lo sostengono con forza. Essi pongono in rilievo che l’Alleanza, dopo le “distrazioni” della “guerra al terrore” e degli “interventi di pace”, debba tornare alla sua missione originale: quella di garantire la sicurezza degli Stati membri, con una strategia mista di difesa, di dissuasione e nucleare-convenzionale. Lo giustificherebbero il rafforzamento militare russo e l’assertività della politica di Mosca.
Zbigniew Brzezinski, già consigliere alla sicurezza nazionale di Carter, ha proposto una strategia di difesa e di dissuasione non provocatoria nei confronti di Mosca. Non sarebbe basata, come quella della Guerra fredda, sul coupling fra la difesa avanzata e il deterrente centrale Usa. Una difesa avanzata degli Stati baltici e dell’intermarium ponto-baltico richiederebbe un massiccio schieramento di forze aero-terrestri in prossimità dei confini occidentali della Russia. Mosca si sentirebbe minacciata. Le sue forze convenzionali sono infatti più deboli anche di quelle complessive degli Stati europei. La Nato dovrebbe limitarsi allo schieramento permanente di un velo di forze. Esse sarebbero una sorta di ostaggi per garantire l’impegno della Nato in Europa centrorientale e costituire “campanelli d’allarme” per una dura reazione dell’Alleanza, non necessariamente militare, in caso di necessità. Dovrebbe colpire le maggiori vulnerabilità della Russia: il suo sistema finanziario e la rendita petrolifera. Entrambi questi mercati sono globali, mentre quello del gas è quasi completamente regionale. Sanzioni finanziarie o una speculazione al ribasso sul prezzo del petrolio colpirebbero la Russia, senza essere disastrose per gli europei. Altri esperti hanno proposto che la risposta Nato comporti una difesa a nord e la distruzione della Flotta russa del Mar Nero, a partire dalle basi aeree romene e turche.
Nella crisi ucraina, gli Usa si sono trovati soli nello schierare qualche aereo e qualche piccola unità terrestre nei territori degli Stati a rischio. La reazione dei grandi Stati europei è stata “fiacca”, per usare un eufemismo.
Contrariamente a quanto molti avevano previsto dunque, la crisi ucraina ha posto in luce le fratture esistenti nella Nato e nella Ue. Ha contribuito ad allargarle. Il collasso dell’Urss e la scomparsa del nemico avevano inciso sulla solidità dell’Alleanza, cioè sulla sua capacità di costituire il luogo di coordinamento multilaterale degli accordi, di fatto bilaterali, fra gli Usa e i membri europei o, come taluni dicono fra Biancaneve e i nani, oggi passati da 11 a 27. L’Alleanza si era mantenuta rilevante “inventandosi” nuove missioni: allargamento a Est, in quello che Mosca considera il suo “cortile di casa”; interventi di peacekeeping e di peacebuilding; antiterrorismo; antipirateria; sicurezza cibernetica; ecc.
Oggi la sfida maggiore è di nuovo rappresentata dalla Russia. Le percezioni dei vari Stati europei dipendono dalla loro geografia, storia e interessi economici nei confronti di Mosca. Si pone l’esigenza di ricercare un nuovo equilibrio fra la cooperazione con Mosca e il suo contenimento. Ogni membro dell’Alleanza ha le sue idee su come realizzarlo – beninteso idee coerenti con i propri interessi, che sono diversi. La diversità è stata accresciuta dalla crisi economica, che ha inciso più sui rapporti fra gli Stati europei che su quelli fra gli Usa e l’Europa. Senza un’Europa sufficientemente omogenea, non è possibile l’unità della Nato. Gli Usa, da sempre catalizzatori dell’integrazione europea, non sono più in grado di promuoverla. Beninteso, danno qualche “colpo di coda”. La multa di 9 miliardi di dollari a Bnp-Paribas è certamente collegata alla decisione francese di consegnare le navi di assalto anfibio Mistral alla Russia. Con Berlino Washington deve esercitare pressioni in modo però molto più cauto.
Nel Summit Nato del 4-5 settembre, si dovrà decidere se l’Alleanza rimarrà un’organizzazione o se prendere atto delle fratture strategiche esistenti fra la sua parte occidentale e quella orientale. È caduta l’ipotesi di fondarla sul binomio Usa-Europa. Quest’ultima è debole militarmente, e non esiste politicamente. Per i maggiori Stati europei, l’intermarium non è uno spazio abitato da alleati che si sono impegnati a difendere, ma tuttalpiù una fascia cuscinetto, che accresce la loro sicurezza nei confronti della Russia. Essi danno prevalenza alla cooperazione rispetto al contenimento di Mosca. Per gli Usa le cose sono diverse. Certamente stanno pensando a una Nato orientale – dalla Svezia alla Turchia – in cui la dimensione militare avrà importanza, e a una occidentale, al limite serbatoio di forze, interessata soprattutto alla sicurezza energetica e cibernetica.