, In Evidenza

Il Consiglio dell’Unione europea, riunito nella formazione Affari generali, ha approvato ieri l’avvio della seconda fase dell’operazione Eunavfor Med, mirata smantellare il business del traffico di esseri umani nel Mediterraneo centro-meridionale.

Secondo la decisione istitutiva, adottata a maggio dal Consiglio Affari esteri nell’ambito della Politica estera e di sicurezza comune dell’Ue, in questa seconda fase le forze della missione potranno procedere a “ fermi, ispezioni, sequestri e dirottamenti in alto mare di imbarcazioni sospettate di essere usate per il traffico e la tratta di esseri umani, alle condizioni previste dal diritto internazionale”, con un richiamo particolare alla Convenzione Onu sul diritto del mare. Le stesse misure, specifica il regolamento, potranno essere attuate anche “nelle acque territoriali e interne” degli Stati costieri nordafricani, qualora fossero autorizzate da una risoluzione del Consiglio di sicurezza dell’Onu oppure dal consenso degli Stati stessi.

Domani si terrà inoltre una conferenza tecnica di generazione della Forza tra gli Stati maggiori dei 21 Paesi membri aderenti alla missione, in cui verrà concretamente ripartita la fornitura di uomini e mezzi. Attualmente la portaerei italiana “Cavour” è la nave comando, supportata da due navi tedesche, la fregata “Schlewig-Holstein” e il rifornitore “Werra”, e dalla nave ausiliaria britannica “Enterprise”. Aerei di pattugliamento sono già stati schierati da Francia e Lussemburgo. A tutti questi mezzi si uniranno fregate supplementari, sottomarini, elicotteri e droni.

La seconda fase di Eunavfor Med dovrebbe essere operativa già da ottobre. In una nota, il Consiglio dell’Ue ha preso atto del raggiungimento degli obiettivi militari della prima fase, che si focalizzava sulla raccolta e l’analisi di informazioni e dati di intelligence. Nel quadro della missione sono stati finora recuperati e sbarcati in Italia 1.500 migranti, mentre individui sospettati di traffico di esseri umani sono stati posti in fermo.

Una terza fase, che per ora rimane sulla carta, ipotizza addirittura la distruzione di veicoli sospetti localizzati nel territorio degli Stati rivieraschi, ma in questa eventualità l’autorizzazione del Consiglio di sicurezza o degli Stati in questione sarebbe imprescindibile. Quest’ultimo passo non è affatto scontato, tanto per il rischio dell’apposizione di veti in seno alle votazioni del Consiglio dell’Onu, quanto per la difficoltà di trovare un interlocutore disponibile nel governo della Libia, un Paese sprofondato nella guerra civile dal 2011.