, In Evidenza

In occasione del rilascio della National Security Strategy da parte dell’amministrazione americana, Matthew Rojansky, (in foto), direttore del Kennan Institute presso il Wilson Center di Washington DC, ha condiviso con Formiche.net le sue valutazioni sulla politica estera dell’era Trump e sulle opportunità per l’Italia di essere un partner di primissimo piano degli Stati Uniti in Europa e nel Mediterraneo.

La National Security Strategy appena rilasciata dall’amministrazione Trump disegna un nuovo approccio degli Stati Uniti alle sfide globali. Dobbiamo aspettarci una rottura con il passato?

Ringrazio Formiche.net per l’opportunità di discussione su un documento fondamentale per capire l’evoluzione delle strategie americane in materia di sicurezza. Premetto che ogni riflessione sulla National Security Strategy andrà necessariamente confrontata con tutti gli altri atti che l’amministrazione dovrà produrre per renderne efficaci i principi ispiratori. Ciò premesso, posso dire che nel documento sono diversi i segnali assai positivi sul modo in cui l’ideologia dell’America First va a tradursi nelle scelte di politica estera e sicurezza nazionale. Ad esempio, penso alla presa di consapevolezza circa la complessità delle relazioni internazionali, viste nell’ottica di una forte competizione geopolitica e geoeconomica, sulla cui base viene a prendere forma e sostanza la dottrina dell’America First. Il fatto che l’intera strategia sia basata su tali considerazioni è per me più che positivo: è un modo corretto di vedere il mondo e di analizzare le dinamiche che lo caratterizzano. Credo, invece, che sia stata data poca enfasi alla complessità delle relazioni multilaterali e al valore di tante istituzioni che nei decenni passati hanno contribuito ad equilibrare i rapporti internazionali.

Quali valutazioni prevalgono nella comunità degli esperti di sicurezza internazionale a Washington?

Sebbene non vi siano delle prese di posizione ufficiali da parte dei tanti istituti che si occupano di questi temi, vorrei condividere il mio personale ottimismo sul modo in cui l’amministrazione ha analizzato e definito gli aspetti più importanti del documento. Ancora una volta mi rallegro del fatto che si sia trovato un momento di interconnessione tra la complessità del sistema internazionale e l’ideologia presidenziale. Abbiamo finalmente una chiara traduzione dell’America First nella politica estera americana. Si tratta di un dato che nell’ultimo anno è stato poco chiaro.

Il documento è espressione di rottura o di continuità rispetto alle precedenti amministrazioni?

Credo che a prevalere sia una linea di continuità. Questo emerge ad esempio nella definizione del terrorismo come una delle minacce più serie per gli Stati Uniti. Lo stesso vale per la posizione assunta nei confronti del rischio di conflitti nucleari o anche per la scelta di leggere il tema della competizione economica in un’ottica marcatamente strategica. Tutte queste prese di posizione sono in continuità con il passato. Detto ciò, credo che vi siano anche degli elementi di novità piuttosto interessanti, a partire dall’attenzione riservata alla Cina come competitor e avversario da contenere. È questo un dato totalmente innovativo rispetto alle strategie di sicurezza nazionale adottate dalle precedenti amministrazioni. Il fatto che si sia deciso di affiancare alla minaccia cinese anche quella russa mi fa poi capire che si escluderà ogni possibile partnership con Mosca in ottica anticinese. Ulteriore elemento di novità è l’accantonamento del multilateralismo: in questo senso direi che possiamo parlare di una vera e propria rottura, specialmente in riferimento alle posizioni dell’amministrazione Obama.

Si tratta di un cambio radicale?

Non siamo ancora in grado di affermare se la politica estera statunitense subirà un cambio radicale. Tutti gli esperti a Washington sanno benissimo quanto importante sia guardare ai provvedimenti di implementazione delle policy invece di concentrarsi sulla dottrina. Quello che con grande probabilità possiamo aspettarci è il calo di referenzialità da parte statunitense nei confronti di tante organizzazioni internazionali. Penso anche alla Nato, i cui Paesi membri saranno posti sotto pressione su diversi dossier, a partire da quelli del supporto finanziario all’Alleanza. Mi aspetto che si passi dalla referenzialità alle dimostrazioni di forza o anche alla coercizione economica e politica.

Cosa cambierà nei rapporti tra Stati Uniti e Russia?

Credo che anche i rapporti tra Usa e Russia si baseranno su un maggiore realismo e, laddove necessario, sulle dimostrazioni di forza. Un esempio pratico è stato offerto dall’amministrazione proprio nelle ultime ore, con una nuova tornata di sanzioni individuali e con l’inserimento nella lista dei soggetti sanzionati di diversi nomi russi o vicini a Mosca. Lo stesso emerge dall’approvazione dei provvedimenti che prevedono il supporto all’Ucraina attraverso l’invio di armamenti e ovviamente nell’inquadramento della Russia come un competitor strategico da contenere. Ritengo che su queste basi fattuali si svilupperà il confronto con Mosca. Parlo di confronto perché su altri versanti non è da escludere una maggiore cooperazione: la storia recente mi fa pensare che il controterrorismo possa essere uno dei settori in cui incrementare la collaborazione.

Come cambierà il rapporto tra Donald Trump e Vladimir Putin?

Credo che per capire l’evoluzione del rapporto tra Trump e Putin sia opportuno guardare a come i due si sono relazionati nell’ultimo anno. Questo esercizio può essere assai più utile di qualsiasi documento adottato dall’amministrazione. Infatti la Nss ci spiega il modo in cui il Pentagono, il Dipartimento di Stato e il National Security Council si confronteranno con Mosca. Storia diversa è quella dei rapporti individuali tra i due leader. Come recentemente dichiarato da Rex Tillerson, vale il concetto secondo cui “il presidente si esprime da solo e non ha bisogno di intermediari”.

E il rapporto tra gli Stati Uniti e gli alleati europei invece come potrà cambiare?

Credo che gli Stati Uniti eserciteranno maggiore pressione in Europa. A prevalere sarà la volontà di “attaccare” – questo forse è il termine più giusto da usare – gli storici alleati europei. Il richiamo all’obbligo di aumentare le spese militari è solo uno dei temi a cui mi riferisco. A questo, infatti, si aggiungerà la pressione sui rapporti economici in contesto transatlantico. Ritengo abbastanza probabile che gli Stati Uniti vorranno mettere da parte il consolidato atteggiamento di basso profilo nei confronti dei rapporti tra Paesi europei e i più agguerriti competitor economici. Si tratta di un argomento sul quale fino ad oggi c’era solo da capire in che modo l’Europa avrebbe seguito gli Stati Uniti e viceversa. Da oggi in poi è possibile che su determinate questioni gli Stati Uniti vadano in una direzione e i Paesi europei in un’altra. Per chiarire il punto, invito i lettori di Formiche. net a leggere in questa ottica il voto delle Nazioni Unite su Gerusalemme.

Come cambierà l’attenzione degli Stati Uniti verso il Mediterraneo?

Se pensiamo che negli ultimi venti anni le amministrazioni che si sono succedute hanno sempre avuto a che fare con il Medioriente e indirettamente con il Mediterraneo, direi che il vero elemento di novità sia rappresentato dal riconoscimento del nuovo attivismo russo in questa regione. Questo mi fa pensare che l’idea di una sovrapposizione tra Mosca e Washington sia inevitabile a prescindere dal fatto che questo aspetto sia richiamato o meno nella National Security Strategy. Per tale motivo ritengo sia indispensabile confrontarsi con la Russia e affrontare il discorso Siria, Iraq ma anche l’argomento Libia, che ci porta al centro del Mediterraneo. Nonostante il nuovo attivismo di Mosca, la fortissima presenza americana nella regione è espressione dell’importanza strategica che Washington le riconosce come porta di accesso al Medioriente.

Su quali temi Roma sarà considerata un alleato indispensabile?

Questo è un tema interessantissimo. Pensare che l’Italia possa avere un ruolo solo nella lotta al terrorismo o come porta di accesso al Medioriente è senza dubbio limitativo. Se Roma sarà pronta ad entrare in gioco con maggiore impegno e risorse, potrà costruire la propria leadership anche su questioni sensibili come la sicurezza nei Balcani e nell’Europa dell’est. Insomma, l’idea che l’Italia emerga come Paese leader nella regione è vista più che positivamente da questa amministrazione. Tale concetto non è esplicitamente riportato nella National Security Strategy, che però riconosce il valore strategico delle partnership. Se Roma lavorerà per rafforzare la nostra partnership potrà emergere. Anche questo è un modo di declinare la dottrina dell’America First nel linguaggio della politica estera trumpiana.

www.formiche.net

(Foto: profilo Twitter)