La Libia, il ruolo italiano e gli interessi divergenti

Di Stefano Pioppi

Si è tenuta in questi giorni a Vienna la conferenza dei ministri degli esteri dei Paesi coinvolti nella spinosa questione libica. Sul tavolo, lo stesso punto discusso ormai da mesi: quali strategie adottare per sostenere la stabilizzazione del Paese. La ministeriale, co-presieduta dal segretario di stato americano John Kerry e dal ministro Gentiloni, ha visto la partecipazione dei rappresentanti di 21 Paesi e 4 organizzazioni internazionali, comprese Unione europea, Onu e Unione Africana. Oltre ai membri permanenti del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite e ai Paesi europei, hanno partecipato alcuni Paesi africani e mediorientali. Presente anche il premier libico designato Fayez al-Sarraj.
Due giorni per discutere il futuro della Libia. Nessuna scelta inaspettata: pieno sostegno al governo di accordo nazionale (GNA) di Sarraj, “il solo governo legittimo della Libia”, si legge nel comunicato condiviso rilasciato a margine della ministeriale. Il GNA è considerato la continuazione naturale dell’Accordo politico libico (LPA) di Skhirat, in Marocco, del comunicato di Roma e della successiva risoluzione 2259 del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. Non legittimato all’interno, in mancanza di un pieno accordo politico tra la miriade di parti coinvolte nel contesto tribale libico, il GNA rafforza la legittimazione esterna, in un processo ormai in corso da mesi. Lo stesso Kerry ha ribadito che è “imperativo porre tutto il peso della comunità internazionale a sostegno del governo di accordo nazionale”.
Dopo il suo ingresso a Tripoli, al-Sarraj ha tra l’altro ottenuto la gestione delle principali istituzioni finanziarie ed economiche del Paese: la Banca centrale, la National Oil Corporation e la Libyan Investment Authority. Inoltre, il premier ha creato la propria Guardia presidenziale, un esercito di professionisti da molti descritto come quella forza nazionale necessaria e precedente a intervento internazionale di supporto militare. La ministeriale ha discusso anche sulla possibilità di rimuovere l’embargo Onu sulle armi proprio per consentire il potenziamento della Guardia di Sarraj. Più preoccupante la posizione del generale Haftar, vicino all’Egitto di al-Sisi e agli Emirati Arabi Uniti e determinato con le sue truppe ad ampliare il controllo in Cirenaica. Il problema è che il generale non ha sempre espresso valutazioni positive nei confronti del GNA, considerato frutto di un colpo di mano rispetto al processo politico legittimo del parlamento di Torbuk che difatti non ha mai votato la fiducia a Sarraj. In realtà, la posizione di Haftar sembra ammorbidirsi, vista la necessità del contributo dell’esperto generale nella lotta allo Stato Islamico. Se Sarraj riceve legittimazione dall’esterno, Haftar legittima il proprio ruolo sul campo, combattendo e risultando l’unica opposizione militare credibile all’avanzata dell’Is. Un accordo tra i due potrebbe servire a entrambi.
Anche per questo, le ipotesi di una Libia federale (o addirittura divisa) si allontanano, almeno secondo quanto emerge dal comunicato della ministeriale. I rappresentanti riuniti a Vienna hanno auspicato una Libia stabile e unita. Proprio Gentiloni ha sottolineato che “la Libia rimane unita, non si alimentano divisioni, i libici combatteranno il terrorismo e non ci sarà un intervento straniero di terra”. Altra questione è appunto la possibilità di un intervento militare terrestre. Tanto Gentiloni quanto Renzi hanno scongiurato questa ipotesi, apparendo fiduciosi che Sarraj riesca a conquistare il controllo del territorio anche grazie al contributo di Haftar e con il supporto internazionale di natura (per ora) economico-umanitaria.
Il governo italiano sta cercando in tutti i modi di alimentare l’attenzione della comunità internazionale sulla Libia, anche giocando la carta della lotta al terrorismo. Il governo italiano sta tentando di produrre piena condivisione del concetto secondo cui “la stabilizzazione della Libia – ha detto Gentiloni – è la chiave per combattere il terrorismo”. Per ora, stando alle dichiarazioni ufficiali, i Paesi partecipanti alla ministeriale di Vienna sembrano condividere la prospettiva italiana. In realtà, non è un segreto che altri Paesi, anche alcuni dei nostri amici europei, abbiano preferenze per una Libia divisa o guidata dall’uomo forte Haftar. La prima soluzione, una Libia federale, assicurerebbe una minore capacità di penetrazione italiana in un Paese diviso tra più poteri, e dunque con maggiori opportunità per gli interessi di altri Paesi. Per ora l’Italia cerca di mediare tra Haftar e Sarraj, con l’unico problema che il generale ha come primo sponsor l’Egitto con cui il nostro governo non ha, al momento, ottimi rapporti.
C’è poi l’ambivalenza degli Usa, e della Russia, Paesi determinanti in Siria che non nutrono però gli stessi interessi per la Libia. Gli Stati Uniti sono alle prese con le prossime presidenziali, tra l’altro nel contesto di un generale spostamento del proprio pivot verso l’Asia, ridefinizione strategica perseguita soprattutto dalla seconda presidenza Obama. La Russia, dopo il costoso intervento in Siria, non sembra intenzionata a un ruolo di prim’ordine in Libia. Se a ciò si aggiungono le difficoltà dell’Unione europea a sviluppare un approccio unitario per la propria politica di difesa (ribadito recentemente anche dal ministro Pinotti), si comprende perché l’Italia stia cercando di ottenere la gestione di una questione che coinvolge direttamente, per interessi e per minacce, il nostro Paese.
A Vienna si cerca di definire il futuro della Libia, tra interessi e priorità differenti nascosti in proclami condivisi. Solo il tempo ci dirà se la strategia italiana sarà quella vincente, nel frattempo occorre cautela e lungimiranza; non è detto che tra Haftar e Sarraj ci sia quell’accordo che il nostro Paese auspica così tanto.