LA MIA SFIDA NELLA SPACE DIPLOMACY

Di Airpress online

Intervista a Simonetta Di Pippo –  Astrofisica, direttore dell’Unoosa – United nations office for outer space affairs.
Da poche settimane c’è più Italia nello spazio. Il nuovo direttore dell’Unoosa è Simonetta Di Pippo, che raccoglie il testimone in un momento di grande fermento per l’avvento della space economy e per le prossime sfide mondiali (il pianeta Marte). Pur facendo parte di quella cerchia di space diplomacy, in grado di far collaborare Paesi che in altri ambiti non riescono, il direttore, dalla sede di Vienna, stimola l’Italia: mantenere una evidente capacità tecnologica richiede che lo spazio sia considerato strategico per il Paese e che ci sia di conseguenza un’attenzione ai relativi investimenti
La sua nomina a direttore dell’Unoosa interviene in un momento di grande fermento in campo spaziale, come affronterà questa sfida?
È certamente un forte motivo di orgoglio essere riuscita a conquistare questo importante traguardo. È probabilmente necessario ripensare alle attività spaziali in chiave più moderna, per affrontare al meglio le sfide del Terzo millennio. L’Onu ha un compito ancora più importante in questa fase, e sono felice di poter svolgere la mia funzione di direttore dell’Unoosa proprio in questo momento, soprattutto guardando agli affascinanti temi legati alla space economy.
Che ruolo ha oggi il nostro Paese all’interno della comunità spaziale internazionale? E su quali programmi è necessario che il nostro Paese si concentri?
L’Italia ha sempre giocato un ruolo molto importante nello scenario europeo e mondiale. Basti ricordare a tale riguardo che l’Italia lanciò il primo satellite in orbita nel 1964, dalla piattaforma Santa Rita, nella base San Marco in Kenya, grazie alla capacità e lungimiranza del Prof. Broglio. L’anno in corso, quindi, segna i 50 anni dal primo evento spaziale italiano. Il Paese ha poi continuato ad avere un ruolo preponderante anche successivamente, sia con il suo contributo all’Agenzia spaziale europea sia attraverso i suoi importanti programmi nazionali e in collaborazione bilaterale. Mantenere, e anzi, rafforzare una evidente capacità tecnologica nel settore però richiede che lo spazio sia considerato strategico per il Paese e che ci sia di conseguenza un’attenzione ai relativi investimenti. Vale per l’Italia quello che vale generalmente nel settore spaziale: è opportuno investire da un lato sui programmi applicativi, telecomunicazioni, navigazione satellitare e osservazione della terra, al fine di mettere sempre di più al servizio del cittadino l’utilizzo del dato spaziale. Dall’altro, non si può e non si deve dimenticare che il progresso è legato alla ricerca, e occorre quindi mantenere alta l’attenzione alla scienza e all’esplorazione. Una politica bilanciata di investimento su questi due filoni è indispensabile per un Paese come l’Italia.
Lei è stata responsabile del Volo umano dell’Esa in un recente passato. Qual è a suo avviso lo stato dell’arte nei confini dell’Europa? 
Come direttore del Volo umano dell’Esa mi sono occupata di molte attività diverse, anche se ovviamente complementari tra di loro. Il compito principale è di mantenere e far funzionare al meglio la Stazione spaziale internazionale, il più grande laboratorio spaziale mai realizzato che orbita a circa 400 km sopra le nostre teste, abitato permanentemente dal 2009 da 6 astronauti di diverse nazionalità. La Iss va rifornita di tutto ciò che è necessario e ciò avviene attraverso la realizzazione e il lancio di veicoli cargo, che dopo aver assolto il loro compito, vengono fatti rientrare in modo distruttivo nell’atmosfera. E poi, grande attenzione è posta alle attività di preparazione di un programma di esplorazione umana del Sistema solare, in collaborazione con molti altri Paesi a livello mondiale. In sostanza, l’approccio che si usa in questi programmi è di estrema collaborazione internazionale. E anche questo è un aspetto molto importante del nostro lavoro: si è sviluppata infatti negli anni quella che viene definita a ragione la space diplomacy, in quanto nel settore spaziale si procede spesso con collaborazioni tra Paesi che mostrano più difficoltà a cooperare in altre aree.
Sempre nell’ambito del volo umano, come vede la possibilità di una missione su Marte? E con che tempi?
Per la realizzazione di una missione di esplorazione verso Marte molte delle principali agenzie spaziali stanno lavorando, sia singolarmente sia in collaborazione su scala globale, per definire una roadmap che consenta di stabilire anche quali tecnologie è necessario sviluppare per affrontare questa sfida. I tempi sono legati anche all’interesse dei vari governi a investire in questo ambito, perché, come mi piace ricordare spesso, gli Usa impiegarono solo otto anni per andare sulla Luna dal momento in cui la missione fu annunciata. Quando c’è la volontà politica, grandi imprese che sembravano impossibili, possono essere realizzate anche in meno di un decennio. Il 2030 cioè, in linea di principio, non è una data impossibile per una missione internazionale di esplorazione di Marte. Basta crederci, politicamente, e farlo assieme, l’umanità intera, perché questo è quello che serve per andare al di là dei confini della Terra ed esplorare il sistema solare intorno a noi.
Lei è anche presidente e cofondatore di Women in aerospace Europe (Wia-E). Perché ha sentito l’esigenza di creare un’associazione di questo tipo?
Avevo sempre lavorato con base in Italia, all’Asi, pur viaggiando molto. Quando sono stata nominata direttore del Volo umano dell’Esa mi sono trasferita in Olanda. In Italia ero stata al centro di un paio di episodi “gravi” di discriminazione di genere, ma ho sempre considerato ciò come uno dei tanti problemi che si possono incontrare nel proprio percorso professionale. Il merito non ha genere, o meglio non dovrebbe averlo. Arrivando sullo scenario europeo in pianta più stabile, ho constatato che la presenza di donne nel settore aerospaziale è bassa. A livelli apicali, poi, la presenza è quasi nulla. A gennaio 2014 si è tenuto a Washington un summit dei capi delle agenzie spaziali a livello mondiale. Orbene, nessuno dei presidenti delle agenzie rappresentate, oltre 30, è di genere femminile. Questo dimostra che un problema di rappresentanza bilanciata di genere c’è, e ciò implica anche che non tutti i talenti vengono così utilizzati. Ed è con queste premesse che abbiamo deciso nel 2009 con una collega tedesca di fondare Women in aerospace Europe. Con questa associazione, che vanta ora, nel suo quinto anniversario, circa 350 iscritti e 15 membri corporate, vogliamo non solo migliorare una presenza qualificata femminile nel settore ai vari livelli, ma anche aiutare il processo di aumento di consapevolezza dell’importanza delle attività spaziali nella vita di tutti i giorni.