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La Sicilia, l’isola che “punta verso tre continenti e ne sintetizza le caratteristiche”, come scrisse Roger Peyrefitte, è cruciale per le relazioni tra Italia e Stati Uniti nel campo della difesa. Sullo sfondo della Trinacria si sono rivelate, in contingenze diverse, ambizioni e caratteristiche dei due Paesi. La presenza militare americana in Sicilia è iniziata dopo la firma, nel 1949, del Patto atlantico. Guidata da Alcide De Gasperi, l’Italia, aderendo all’Alleanza proposta dall’amministrazione Truman, compiva la definitiva scelta di campo nel mondo bipolare. Nella primavera 1959, sotto il governo Segni e la presidenza Eisenhower, una base Nato divenne operativa a Sigonella.

Ventisei anni dopo proprio a Sigonella, il governo italiano, tradizionalmente ossequioso nei confronti degli Stati Uniti, diede uno dei più forti segnali di indipendenza da Washington. Il decisionismo di Bettino Craxi, dopo essersi rivelato utile a scalare il Psi, veniva applicato anche al campo della politica estera. La mossa era inaspettata, considerato che solo nel 1981 il governo Spadolini aveva acconsentito all’installazione degli euromissili americani a Comiso, sempre in Sicilia. La crisi di Sigonella mostrò che l’Italia sapeva e poteva difendere la sua autonomia, pur nel quadro di una ferma collaborazione con gli Stati Uniti, e aprì una crisi politica tra autorità italiane e amministrazione Reagan.

Ancora oggi la Sicilia rimane cruciale nella politica internazionale di difesa. Proprio a Sigonella a breve sarà installata una centrale operativa del sistema Alliance ground surveillance della Nato, nella cui dotazione rientreranno cinque Global Hawk RQ-Block 40, droni innovativi che verranno consegnati dagli Usa agli Alleati nel 2016. L’importanza strategica dell’isola per Washington è poi confermata dal completamento a Niscemi, nel gennaio 2014, di una delle quattro stazioni di terra del Mobile user objective system (Muos), un sistema di comunicazioni satellitari militari Usa A seguito delle insistenti proteste della politica locale e dei residenti, però, lo scorso aprile la Procura di Caltagirone ha sequestrato l’impianto Muos, senza suscitare reazioni significative da parte del governo Renzi, che pure in precedenza era ricorso al Tar, impugnando i provvedimenti regionali che bloccavano la costruzione dell’impianto stesso.

Trent’anni dopo i fatti di Sigonella, è lecito chiedersi se una tale dimostrazione di autonomia in politica estera da parte dell’Italia sarebbe ancora realistica o se il blocco del Muos mostri solo l’Italia come un partner non affidabile per Washington. Senza dubbio il nostro Paese negli anni Ottanta godeva di un peso specifico maggiore di quello di oggi: sia geopoliticamente, in quanto Paese di confine tra i due blocchi, sia economicamente, essendo la quinta potenza industriale mondiale, nonostante il dinamismo economico fosse trainato da un’esplosione del debito pubblico. Qualcuno potrebbe sostenere che sia stata la cessione di sovranità nel quadro dell’integrazione europea a ridurre la possibilità d’azione dell’Italia; tuttavia, la politica estera e di sicurezza comune rimane il settore in cui gli Stati membri hanno conservato intatte le proprie prerogative sovrane, limitandosi a un mero coordinamento.

Non rimane che domandarsi se l’autonomia sfoggiata a Sigonella non derivasse dal coraggio politico delle autorità di governo. Come ha scritto Pietro Craveri, in Craxi fu costante “l’idea che l’efficacia di una politica sta nel sapersi muovere in grandi forze capaci di esercitare effettivamente un ruolo geopolitico”. Superato il bipolarismo, il campo delle relazioni internazionali si è fatto più fluido e gli equilibri di potenza meno chiari, ma in Sicilia è ancora oggi in gioco la qualità dei rapporti italo-americani, nonché la capacità dell’Italia di mostrarsi un partner affidabile per i suoi alleati militari.