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A tredici anni dall’occupazione americana del Paese, l’Iraq sta vivendo il momento forse più critico dalla caduta del regime baathista di Saddam Hussein. Gli avvenimenti degli ultimi giorni hanno mostrato tutta la fragilità di un processo di riconciliazione nazionale tutt’altro che consolidato. In un contesto socio-politico di per sé già fragile, le attività dello Stato Islamico e la crisi generale della regione hanno fatto emergere le debolezze di un sistema istituzionale non consolidato e i rischi di una nuova ricaduta politica e militare.

Le manifestazioni a Baghdad sono iniziate il 26 aprile, quando centinaia di sostenitori del leader religioso sciita Moqtada al-Sadr sono scesi in piazza contro il governo di Haider al-Abadi, colpevole di non riuscire a realizzare un’opera di pulizia contro una corruzione dilagante. I manifestanti chiedevano la nascita di un esecutivo tecnico, in grado di sganciarsi dalle logiche partitiche e tribali. Il premier sciita sta in realtà tentando già da tempo un rimpasto di governo, scontrandosi con il parlamento che ha però impedito più volte le votazioni, provocando lo stallo politico. Due giorni dopo, i manifestanti si sono riuniti nuovamente, arrivando a minacciare l’ingresso nella zona verde della capitale irachena, quella in cui si concentrano gli edifici governativi e le ambasciate. La situazione è precipitata sabato, quando i manifestanti sono riusciti a forzare le barriere di sicurezza e ad accedere alla zona verde, fino a fare irruzione nel parlamento. Immediatamente è stato proclamato lo stato di emergenza, sono state chiuse tutte le vie d’accesso alla green zone, e le forze di sicurezza sono intervenute con il lancio lacrimogeni fino a far tornare la situazione sotto controllo.

A guidare la protesta il leader religioso sciita di origine libanese Moqtaba al-Sadr, guida dell’Esercito del Mahdi (in guerra contro lo Stato Islamico nel nord del Paese) e del movimento sadrista finanziato (secondo alcuni) da fazioni iraniane, vicino agli Hezbollah libanesi e figlio di Mohammed Sadeq al-Sadr, uno dei leader dell’opposizione militare a Saddam ucciso dai baathisti nel 1999. La lotta di al-Sadr non è direttamente rivolta al premier al-Abadi, quanto alla sua incapacità di opporsi alle lentezze e agli interessi di un sistema politico giudicato corrotto e asservito a interessi lontani dalle esigenze della popolazione irachena.

Alle violente manifestazioni, si sono sommati due attentati nel giro di due giorni. Il primo è avvenuto ad Al Nahrauan, periferia sud di Baghdad il 30 aprile: un’autobomba ha causato almeno 24 vittime tra i pellegrini sciiti che si dirigevano all’annuale commemorazione dell’imam Musa al-Kadhim. Il secondo si è verificato il giorno dopo presso Samawah (centro a maggioranza sciita a sud di Baghdad) con due autobombe esplose nel giro di pochi minuti, causando più di trenta morti. Sono solo gli ultimi di una serie di attentati che nel solo mese di aprile, secondo la Missione di assistenza delle Nazioni Unite per l’Iraq (Unami), hanno provocato 741 morti e 1.374 feriti tra atti di terrorismo, violenza e conflitti armati. Nel frattempo prosegue l’intervento internazionale. Aerei da guerra francesi e americani hanno colpito numerose postazione dello Stato Islamico, “con e a supporto del governo iracheno”, si legge nella nota del ministero della difesa Usa. Tra gli obiettivi neutralizzati, anche “un importante sito logistico” presso Al Qaim, al confine con la Siria, in cui si sarebbe trovato un grande arsenale delle milizie di al-Baghdadi con bombe e macchine pronte ad esplodere.

In un contesto regionale complesso e delicatissimo, l’Iraq sta probabilmente vivendo la crisi politica più acuta dal 2003. La molteplicità dei problemi irrisolti sta deflagrando in un’escalation che rischia di portare il Paese al collasso. Lo Stato islamico preme a nord-ovest e colpisce ovunque, anche nella capitale. I curdi rivendicano maggiore autonomia a nord. Le milizie sciite si rafforzano e premono per avere un ruolo maggiore nel sistema politico dato l’impegno in prima linea contro l’IS. Intanto, la corruzione dilaga in sistema burocratico appesantito e allargatosi a dismisura, alimentando il malcontento sociale. Il prezzo del petrolio continua a diminuire, rischiando di mettere in ginocchio l’economia del Paese che, tra la lotta allo Stato Islamico e il mastodontico sistema istituzionale, non può permettersi di ridurre la spesa. A tredici anni dalla rimozione sconsiderata (cioè priva di considerazioni sugli scenari futuri) di Saddam Hussein, l’Iraq è ancora lontano da un effettivo consolidamento istituzionale. L’opera di attenta mediazione del premier al-Abadi sembra non aver prodotto gli effetti sperati. La comunità internazionale è avvisata: l’Iraq rischia un nuovo collasso.