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Per riflettere sul ruolo dell’Italia all’interno della Nato è necessario partire dall’evoluzione che l’Alleanza atlantica ha vissuto dalla fine della Guerra fredda: da quando, venuto meno il blocco di Varsavia, l’organizzazione del Trattato dell’Atlantico del nord ha dovuto ripensarsi alla luce delle nuove vicende regionali e globali. Già le missioni nell’ex Jugoslavia e nei Balcani degli anni ‘90, vale a dire in Paesi out of area, hanno segnato un primo passo verso un ripensamento del concetto di difesa collettiva dell’Alleanza. Da Dayton in poi, operando al di fuori del riferimento regionale contenuto nell’articolo 5 del Trattato, le parti si sarebbero impegnate a risolvere controversie e contribuire alla stabilizzazione di quelle aree al di fuori del partenariato e ove gli interessi dei membri Nato risulterebbero minacciate. Il passaggio delle funzioni dell’Alleanza dal concetto di difesa collettiva a quella di sicurezza cooperativa ha implicato, quindi, un ampliamento prima dell’area d’azione e poi dell’orizzonte strategico della Nato. In tale contesto, la prossimità geografica non sembra aver perso la capacità di condizionare le scelte strategiche degli attori statali.
Una riflessione geopolitica più accurata dimostrerebbe, infatti, la tendenza verso un concetto di sicurezza “geograficamente diversificata” e la necessità di una ripartizione di responsabilità lungo le zone, secondo cui gli alleati europei dovrebbero interessarsi delle aree del Mediterraneo, mentre gli alleati americani di quelle sul Pacifico. Il ri-orientamento strategico statunitense dall’Europa all’Asia, o dal Mediterraneo al Pacifico, sarebbe dettato dall’emergere incalzante di nuovi attori sul versante ovest dei confini americani, come la Cina, ma anche dall’insoddisfazione nelle aule del Congresso Usa per il programma di scudo anti-missile lungo i confini europei che Washington starebbe pagando senza ottenere alcun “giusto ritorno”, sia in termini di sicurezza sul proprio territorio sia in termini economici. Il rilancio dell’Alleanza atlantica passa, in questo senso, attraverso sia un consolidamento dei rapporti commerciali e d’investimento – Ttip – tra Stati Uniti e Unione europea, sia attraverso una più convinta adesione di quest’ultima alla strategia di Smart defence lanciata al vertice di Chicago del 2012. Dinanzi alla quota statunitense alla Nato, pari a quasi il 50%, gli Alleati europei sono chiamati a investire almeno il 2% del Pil nel comparto difesa. Obiettivo quest’ultimo difficilmente raggiungibile in un periodo di austerity, ma a cui si potrebbe ovviare attraverso la condivisione del know how nel settore difesa e l’acquisizione a livello europeo delle nuove capacità tecnologiche militari. Nel Vecchio continente, la riduzione della frammentarietà degli impianti di difesa a vantaggio di un sistema completo, condiviso e indipendente permetterebbe agli attori europei di operare efficacemente e, secondo necessità, anche autonomamente nell’asse di loro interesse.
D’altra parte, gli alleati europei devono far fronte alla sponda sud-est del Mediterraneo e alle aree ad essa contigue, vale a dire la zona culla di quel terrorismo di matrice jihadista cui sottende il concetto di guerra asimmetrica e nemico invisibile. A dividerci da quell’area c’è un mare nostrum non più tranquillo sulle cui acque transita la massa di migranti in fuga dalla triste realtà sopravvenuta al rovesciamento dei regimi nordafricani, e al cui interno è arduo individuare le infiltrazioni terroristiche.
In un tale contesto, il ruolo dell’Italia è cruciale. La sua posizione strategica nel Mediterraneo ha reso il nostro Paese crocevia dei network di origine nordafricana in rotta verso il resto dell’Europa. Le nuove minacce ora più che mai richiedono una sinergia degli sforzi tra gli alleati europei e fanno emergere l’incapacità dei Paesi di operare singolarmente prescindendo dalla cooperazione. In un’era globalizzata come quella odierna, la partecipazione alle missioni Nato e all’estero non solo è legata al vincolo di solidarietà agli altri Paesi partner, ma è volta soprattutto alla tutela degli interessi nazionali e del sistema-Paese. Tali operazioni comprendono sia la prevenzione di minacce alla sicurezza nazionale – come nel caso della lotta al terrorismo e alla pirateria – sia quelle agli interessi energetici ed economici – come nel caso di normalizzazione e stabilizzazione politica di alcune aree, il mantenimento della pace e la prevenzione dei conflitti.
È questo il motivo per cui l’Italia si è da sempre schierata a pieno supporto delle operazioni Nato non solo nei Paesi a sé più prossimi, come in Bosnia-Erzegovina, Serbia e Kosovo, ma anche nelle operazioni nel Golfo e post 9/11 in Iraq, Afghanistan e Libia, contribuendo sensibilmente in termini finanziari, operativi e umanitari. Basti pensare all’assunzione italiana, nel 2011 e nel 2013, del comando della missione di contro-pirateria Ocean shield (precedentemente Allied provider) nel Golfo di Aden e al largo del Corno d’Africa, tratto marittimo in cui il nostro Paese traccia le sue rotte commerciali verso l’Asia e il Medio Oriente. Ancora, ricordiamo il comando italiano della provincia di Herat e del Regional command west nell’operazione Isaf in Afghanistan.
Proprio in virtù dell’evoluzione dal concetto di difesa collettiva a sicurezza cooperativa, della riorganizzazione delle responsabilità tra gli Alleati lungo gli assi Mediterraneo e Asia-Pacifico e della posizione strategica dell’Italia nel primo, il nostro Paese dovrebbe svolgere un ruolo propulsivo in seno all’Alleanza come leader del quadrante Europa-mediterraneo ed euro-asiatico.
Dal 2002 l’Italia è promotrice dell’avvicinamento della Nato alla Russia e della creazione di un Consiglio Nato-Russia; allo stesso modo, è fortemente impegnata nel dialogo Mediterraneo e a rafforzare le relazioni nell’Adriatico con i Paesi balcanici candidati all’Alleanza. L’Italia si deve impegnare a tutelare la sua posizione intorno al tavolo gallese, promuovere il riequilibrio dell’intera Alleanza da nord a sud e spingere affinché l’Europa acquisisca un peso determinante nello scenario mediterraneo. Al contempo, per farlo il nostro Paese non può vivere di rendita. Deve, bensì, lavorare per rimanere tra i 5 più grandi contributori dell’Alleanza e accrescere la sua credibilità e capacità di divenire partner leader nel Mediterraneo. Per farlo, l’Italia deve garantire interoperabilità con le Forze alleate, attraverso un’adeguata programmazione e un coerente piano di professionalizzazione e ammodernamento del proprio apparato militare. Azioni che sono state avviate attraverso la calendarizzazione alla Camera della legge quadro sulle missioni e l’avviamento da parte del governo dello studio sul Libro bianco della difesa.