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Fino a 200 uomini nell’ambito del dispositivo Strade sicure, oltre a droni e satelliti per il monitoraggio dei siti a rischio. È il contributo della Difesa allo sforzo messo in piedi dal governo per la Terra dei fuochi, che oggi ha visto la firma di un protocollo d’azione a Caserta da parte di sette ministeri e della Regione Campania.

“La Difesa mette a disposizione non soltanto i militari per controllare i siti ma anche dei mezzi, tra cui i droni per il controllo dall’alto e i satelliti”, ha spiegato il ministro Elisabetta Trenta intervenendo alla conferenza stampa. L’obiettivo è “contrastare la piaga dei roghi di rifiuti in Campania e prevenire nuove emergenze sanitarie e ambientali”. In particolare, per ciò che concerne il contributo della Difesa, c’è la “possibilità di avere un nucleo ambientale da parte dell’Esercito”, che avrà il compito specifico di presidiare le zone considerate più critiche. Ci saranno poi i Carabinieri, chiamati a svolgere missioni di intelligence investigativa, tratti dai nuclei territoriali, dal Noe e dai forestali. In tutto, l’impegno coinvolgerà “fino a 200 uomini nell’ambito del dispositivo Strade Sicure”, ha rimarcato la titolare di palazzo Baracchini. A ora, ha evidenziato, “il numero per le diverse funzioni va deciso, ma sarà fatto subito”.

“I militari sono complementari a tutta una serie di azioni”, ha aggiunto il ministro dell’Ambiente Sergio Costa, che ha ringraziato la collega della Difesa per la disponibilità. Serviranno a “presidiare i siti, in particolare le piattaforme, senza trascurare la missione Strade Sicure”. Già a inizio mese, il ministro Trenta aveva spiegato che era in fase di valutazione l’invio di circa 200 militari, “da impiegare per il presidio dei siti di stoccaggio dei rifiuti, soprattutto per quelli più a rischio”.

Che le Forze armate possano dare un contributo rilevantissimo in casi di emergenza nel territorio nazionale è evidente a tutti, dal loro impiego in casi di disastri naturali, fino presidio del territorio, evidente nella missione Strade sicure. Eppure, permangono le perplessità di alcuni esperti, che evidenziano come tali missioni rischino di snaturare la funzione stessa dei militari. “Il rapporto fra personale impegnato nelle missioni nazionali e internazionali in dieci anni è salito dal 36% al 110%”, ha notato Michele Nones su AffarInternazionali. “L’impegno nel controllo del territorio italiano è diventato l’attività prevalente delle Forze Armate”, ha aggiunto l’esperto. D’altra parte, “a parole questa è diventata la quarta ed ultima missione, perché nel Libro Bianco per la sicurezza internazionale e la difesa del 2015 al punto 81 è stata inserita, dopo la difesa dello Stato e prima del contributo alla realizzazione della pace e della sicurezza internazionali, la difesa degli spazi euro-atlantici ed euro-mediterranei”.