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L’analisi dell’esperto e ingegnere aerospaziale Marcello Spagnulo pubblicata sulla rivista Airpress.

Dall’inizio dell’esplorazione spaziale negli anni 50, le “Space weapons” sono state oggetto di particolare attenzione mediatica da parte dell’opinione pubblica in due occasioni cruciali. La prima volta, in piena Guerra fredda, quando il satellite Sputnik fu visto con timore come potenziale “carrier” di armi nucleari. Poi negli anni 80, quando il presidente Reagan lanciò la “Space defence initiative”, più nota come Scudo stellare, una rete di satelliti contro i missili nucleari russi. Oggi, a 60 anni dal lancio del primo satellite artificiale, le armi spaziali non sembrano più fonte di preoccupazione per l’uomo della strada, purtroppo erroneamente.

Nell’audizione presso un comitato ristretto del Senato da parte del direttore della National intelligence (Dni) Usa, Dan Coats, si evidenzia una concreta minaccia globale dovuta al fatto che “Russia e Cina hanno l’obiettivo di compensare ogni vantaggio statunitense derivato dall’utilizzo di sistemi spaziali civili, militari o commerciali; e stanno prendendo sempre più in considerazione attacchi contro i satelliti come parte della loro dottrina bellica”. Il tenore allarmista di questa generica dichiarazione, riportata in un documento non-classificato dell’amministrazione Usa, denota l’ovvia necessità di mantenere un livello di attenzione percepibile al pubblico e agli osservatori; ma la sostanza è reale. Abbiamo già descritto su Airpress (numero 48 “E la gara con la Cina continua”, 67 “Per Putin la Siria è stata un test spaziale” e 80 “Usa-Cina dai droni sottomarini ai satelliti”) situazioni circonstanziate in cui sistemi spaziali, dotati di tecnologie potenzialmente offensive, sono stati dispiegati in orbita.

Vanno quindi prese sul serio le parole di Coats quando scrive che “sia Russia sia Cina continuano a perseguire una gamma completa di armi antisatellite (Asat) per ridurre l’efficacia militare degli Stati Uniti. Questi sistemi includono lo sviluppo nei prossimi anni di mezzi distruttivi cinetici, e non solo. I militari russi e cinesi considerano le counter-space weapons come parte di un più ampio arsenale, perseguendo una gamma diversificata di tecnologie per colpire i satelliti in tutte le orbite. Stanno sviluppando tecnologie laser a energia diretta (aerotrasportati o space-based) per danneggiare i sensori spaziali, e continuano a condurre sofisticate attività orbitali, come le operazioni di Rendezvous & proximity, per provare tecnologie dual-use con inerenti funzionalità di counter-space”. Ad esempio, la robotica spaziale, progettata per la manutenzione dei satelliti e la rimozione della “spazzatura orbitale”, può essere utilizzata per danneggiare i satelliti stessi.

Anche la tecnologia legata alla guerra elettronica è in continua evoluzione, sia in termini di cyber-attack (virus informatici, jamming) sia come Direct energy weapons (Dew). E circa quest’ultime, l’Esercito popolare di liberazione del Partito comunista cinese un anno fa aveva annunciato promettenti successi nella miniaturizzazione di un’arma Hpm (High power microwave) che usa le microonde, cioè onde elettromagnetiche con lunghezze d’onda più brevi delle onde radio, ma considerevolmente più lunghe della luce visibile, e che per focalizzare radiazioni su lunghe distanze richiedono molta potenza e grandi antenne. Ecco perché la notizia, trapelata a seguito di un premio pubblico conferito al direttore del China northwest institute of nuclear technology per la sua ricerca sull’energia diretta, ha incuriosito gli osservatori. Da anni si parla di laser operativi in orbita, ma la realtà è che, ancora oggi, questa tecnologia richiede potenze elettriche non facilmente gestibili nello spazio, in particolare poi se si parla di Hpm, cioè di armi letali che non si limitano a interferire con il funzionamento di un apparato elettronico,
ma possono danneggiarlo permanentemente introducendo correnti indotte nei circuiti del sistema attaccato.

Operativamente, l’efficacia di un Hpm, spaziale o terrestre che sia, è data dall’energia in gioco, dalla qualità del fascio (densità e concentrazione) e dalla stabilità di puntamento (beam-on-target). Quindi, per ottenere un risultato concreto in termini di danno al bersaglio, la power supply di un Hpm dovrebbe, come regola generale e in prima approssimazione, garantire che la potenza elettrica richiesta per l’alimentazione sia almeno tre volte superiore al beam di uscita. In pratica, occorrerebbe alimentare un Hpm a 100KW per ottenere un fascio di 30KW sul bersaglio. Per pensare, ad esempio, di danneggiare nello spazio i sensori elettro-ottici di un satellite, e immaginando una non trascurabile distanza orbitale, la potenza disponibile a bordo dovrebbe essere tra i 100KW e i 150KW, in modo da concentrare sul bersaglio un fascio da almeno 30KW-50KW. A titolo di confronto, si pensi che la Stazione spaziale internazionale (Iss) ha un fabbisogno operativo di circa 90KW e dispone di quattro set di pannelli solari, composti da 260mila celle solari su 2.500 metri quadrati di superficie, progettati per generare oltre 120KW. Quindi, per operare un efficace space based Hpm, bisognerebbe costruire in orbita un’infrastruttura grande come la Iss. La miniaturizzazione tecnologica è la chiave per poter rendere fattibili dei sistemi spaziali di questo tipo.

Già nel 2013, sulla rivista Journal of Chinese Optics, tre ricercatori dell’Istituto di Changchun, proponevano di realizzare un laser chimico da cinque tonnellate in bassa orbita terrestre (Leo) come piattaforma in grado di colpire i satelliti, ma non è dato sapere se questa idea sia oggi un reale programma. Di certo lo è quello della futura Space station da 60 tonnellate, un sesto della Iss, che Pechino dovrebbe lanciare dal 2018, con la messa in orbita del modulo principale Tianhe-1 – “armonia nel paradiso” – e completare nel 2022. Ovviamente non ha molto senso fare speculazioni o tirare conseguenze logiche senza evidenze concrete, però i segnali politici e tecnologici non devono essere trascurati. Le disposizioni del Trattato internazionale sull’uso dell’outer space, datato 1967 e ratificato da 107 nazioni, vietano esplicitamente il dispiegamento nello spazio di armi nucleari o di distruzione di massa, ma non proibiscono armamenti “convenzionali”, e quindi le Space weapons a bombardamento cinetico o Hpm, sono ancora ammesse.

Per l’Europa, si pone la questione di come preservare il proprio ruolo e i suoi assetti spaziali, in un contesto geopolitico dove le tecniche di Space warfare diverranno reali in tempi e modi difficili da prevedere. Si dovrebbe provare a mantenere un ruolo mondiale, quale Paese Space-fairing, anche nei prossimi anni agendo su un doppio binario: diplomatico, per far aggiornare i trattati internazionali, e tecnologico, innovando la propria R&S di settore. A patto però di averne la volontà politica e di sapersi dare una governance quanto più possibile unitaria.