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L’Italia manterrà gli impegni internazionali e rispetterà le alleanze di cui fa parte. Allo stesso tempo però, ricalibrerà la propria postura militare in risposta agli interessi più immediatamente vicini al Paese, a partire dal Mediterraneo. È il messaggio confermato dal ministro della Difesa Elisabetta Trenta, giunta lo scorso venerdì in visita ad Herat, in Afghanistan, per salutare il contingente italiano impegnato nella missione Nato Resolute Support. In programma anche gli incontri con il comandante della missione, il generale americano Austin Scott Miller, e con i vertici istituzionali afgani, il presidente Ashraf Ghani, il premierAbdullah Abdullah e l’omologo Tariq Shah Bahrami.

LA RIDUZIONE DEI CONTINGENTI IN AFGHANISTAN…

“Stamani, su un quotidiano ho letto che la riduzione dei contingenti in Iraq e Afghanistan era già stata prevista (da chi ci ha preceduto); non so cosa significhi prevista; di solito al governo le cose si fanno, non si prevedono”, ha scritto su Facebook la titolare del dicastero Difesa, rivendicando la decisione sulla rimodulazione dei due impegni. Nello specifico, come ribadito più volte dal ministro, per l’Afghanistan il ritiro dovrebbe coinvolgere circa 200 unità sulle attuali 900 dispiegate nel Paese, con una prima tornata di 100 unità.

…E IRAQ

Per quanto riguarda l’Iraq (dove si trovano oggi circa 1.400 soldati italiani), il ridimensionamento dell’impegno riguarda i militari impegnati nell’operazione Praesidium, finalizzata alla protezione della diga di Mosul, ormai divenuta non più necessaria in virtù della degradazione delle forze dell’Isis. “Il Califfato è stato sconfitto e non esiste più il pericolo per la diga”, ha spiegato di recente la Trenta al Corriere della Sera. Da Herat, intanto, il ministro Trenta ha ringraziato i militari italiani “dello straordinario lavoro che stanno svolgendo da anni per la popolazione locale e la stabilità dell’area”.

LA PROROGA PER L’ULTIMO TRIMESTRE DELL’ANNO

Nel frattempo, giovedì, le commissioni riunite Esteri e Difesa di palazzo Madama hanno approvato all’unanimità il Documento XXV n. 1 e il Documento XXVI n. 1, rispettivamente riferiti alla valutazione sulle missioni internazionali fino al 30 settembre 2018 (anche al fine della proroga per l’ultimo trimestre dell’anno) e alla nuova missione di addestramento in Iraq, deliberata dal Consiglio dei ministri a fine novembre. Leggendo i documenti, per l’ultimo trimestre dell’anno si prevede il mantenimento di tutti gli impegni all’estero, a cui si aggiunge una nuova missione di training in Iraq con 12 unità derivanti da quelle impegnate nella missione Prima Parthica, contributo nazionale alla Coalizione globale di contrasto all’Isis. Il relatore dei documenti, senatore in quota M5S Giorgio Fede, ha rilevato che la consistenza media dei contingenti impiegati nei teatri operativi esteri risulta – per il periodo considerato – di 6.309 unità, con un decremento di 109 unità rispetto alla media dei primi nove mesi dell’anno (6.428 unita), fenomeno in gran parte dovuto alla riduzione del personale presente in Afghanistan.

IL DIALOGO CON L’ALLEANZA ATLANTICA

Una riduzione, quest’ultima, che rischia di andare in controtendenza rispetto a quanto previsto dagli Stati Uniti e dalla Nato, che da tempo ribadiscono la necessità di confermare (se non aumentare) l’impegno nel Paese. La riemersione dell’attività dei talebani impensierisce l’Occidente, aveva spiegato qualche settimana fa a Roma il segretario generale dell’Alleanza Atlantica Jens Stoltenberg. “Per gli alleati è meglio prevenire che intervenire successivamente”, e ora è necessario “evitare che i talebani e altri gruppi terroristici tornino al potere”, aveva aggiunto. “Non abbandoneremo le nostre responsabilità”, aveva risposto intervenendo allo stesso evento la Trenta riguarda il teatro afgano. Certo, “ci sono momenti in cui non possiamo fare il 100% di quello che facevamo in passato”, ed è per questo che il contingente italiana sarà ridotto, senza tuttavia escludere in futuro una decisione diversa. “Oggi – aveva aggiunto il ministro italiano – dobbiamo prenderci maggiormente cura della Libia”.

UNA NUOVA STRATEGIA NAZIONALE

D’altra parte, ha spiegato al CorSera il ministro, “le dimensioni della minaccia sono cambiate, parliamo di una minaccia mutevole, ibrida, alla quale dobbiamo far fronte rivedendo alcuni assetti”. In tal senso, risulta “indispensabile rimodulare il concetto di difesa nazionale e sto portando avanti un progetto di intesa interministeriale”. Significa che “non possiamo continuare a ragionare individualmente, ma procedere in modo interconnesso tra Difesa, Viminale, Mit e altri ministeri, con la guida di Palazzo Chigi”. Di fronte “alle nuove forme di attacchi, come quelli cibernetici”, è giunto il momento che “anche l’Italia si doti di una National security strategy sul modello Usa, ovvero un documento di strategia di sicurezza nazionale”. Già da ora, ha assicurato la Trenta concludendo, “c’è un gruppo di lavoro interministeriale che già si sta confrontando sul tema”.