Settant’anni di Nato: la pensione può attendere

Di michele

Tra tante intemperie, l’Alleanza è tutt’altro che vicina all’età pensionabile. Il cambiamento di numerose variabili sullo scenario internazionale ha reso necessario un aggiornamento delle strutture e dei paradigmi basilari dell’organizzazione. Vi proponiamo l’analisi di Andrea Aversano Stabile, assistenti alla ricerca dell’Istituto affari internazionali (Iai)

Il 4 aprile 1949, la Nato veniva istituita allo scopo, rispetto all’Europa, di “keep the Soviet Union out, the Americans in, and the Germans down”, stando alle parole ufficiose del suo primo segretario generale britannico, che guardava alle macerie del nazismo e alla minaccia sovietica con l’unica speranza proveniente da oltre Atlantico. Settant’anni dopo, il ruolo dell’Alleanza Atlantica appare in costante ridefinizione, specie a causa del continuo mutamento del contesto geopolitico internazionale. Con la fine del bipolarismo sancita dal crollo del Muro di Berlino, la Nato ha dovuto reinventarsi, con l’azione dei propri Stati membri destinata a un più ampio spettro di materie rispetto alla semplice difesa collettiva definita a Washington. In questo senso, negli ultimi 25 anni, l’Alleanza ha dedicato notevoli sforzi al contrasto di minacce non convenzionali, non escluse i disastri naturali e la sicurezza degli approvvigionamenti energetici.

LE NUOVE MINACCE SULLO SCENARIO INTERNAZIONALE

Negli ultimi anni, la Nato si è trovata ad affrontare una serie di minacce aventi carattere sia esterno che interno. La prima preoccupazione è senza dubbio dovuta al riacutizzarsi delle tensioni con la Russia, specie a causa del comportamento aggressivo di Mosca in seguito all’invasione della Crimea. Le frizioni con il Cremlino hanno subito un’ulteriore accelerazione allorquando hanno iniziato a diffondersi voci sulla presunta ingerenza russa nelle elezioni statunitensi, e in Gran Bretagna ai tempi dell’affare Skripal. Il controllo dell’assertività russa sul fianco orientale rappresenta senza alcun dubbio l’interesse prioritario della Nato, anche a causa del fondato timore manifestato dalle limitrofe repubbliche baltiche, dai paesi scandinavi e da quelli situati nell’Europa centro-orientale.

LA SFIDA A SUD…

D’altro canto, elementi di tensione sono visibili anche sul fronte meridionale, tanto da portare alla recente creazione dell’hub per il sud con base a Napoli, il cui obiettivo è di fornire analisi, contatti con gli attori locali, e coordinamento strategico delle attività per prevenire e rispondere alle sfide provenienti dal Nord Africa, Medio Oriente e Sahel. Lo scopo ultimo è di mitigare gli effetti derivanti dalla perdurante instabilità politica degli stati a sud ad est del Mediterraneo, inclusa la grave crisi migratoria che ne è conseguita. Tra i risvolti più pesanti, il dilagare del terrorismo di matrice islamica radicale ha messo a repentaglio la sicurezza dei cittadini, trasformando la crisi nella regione del Mediterraneo in un problema di carattere interno agli Stati membri dell’Alleanza.

…E QUELLA CIBERNETICA

Tralasciando le distinzioni di carattere geografico, la Nato si trova oggi a far fronte a nuove minacce di tipo ibrido, in particolare quella cibernetica, che ha portato in primo piano l’esigenza di coordinarsi attorno a nuove competenze e su nuovi livelli di conflitto. Da questo punto di vista, i rapidissimi sviluppi tecnologici odierni hanno contribuito ad ampliare la portata e l’imprevedibilità di un potenziale attacco cyber, specie a causa della difficile identificazione della minaccia. Per questo motivo, la Nato destina attualmente notevoli sforzi e risorse al controllo e al monitoraggio delle capacità e delle avanzate strutture tecnologiche dell’Alleanza e degli Stati membri.

LE PROBLEMATICHE INTERNE ALL’ALLEANZA ATLANTICA

Anche all’interno dei suoi confini, la Nato si trova a dover fare i conti con delle questioni di difficile gestione. Su tutte, le dinamiche interne ai singoli Stati membri, con il dilagante scetticismo delle forze politiche nazionali nei confronti di forum multilaterali che sembra mettere a dura prova il funzionamento dell’organizzazione e la sua stessa esistenza. La generale predilezione per iniziative bilaterali, spesso sugellate anche dalla firma di appositi trattati, rappresenta un potenziale ostacolo alla definizione di un approccio comune su base multinazionale. Se a ciò si aggiungono anche le derive autoritarie attualmente intraprese da alcune compagini governative a livello nazionale, è chiaro come vi siano degli elementi di disturbo anche all’interno della struttura dell’Alleanza.

IL DOSSIER TURCO

Per di più, recentemente hanno iniziato ad esserci dubbi sulla reale fedeltà di alcuni membri per il raggiungimento di obiettivi comuni. Un caso emblematico in tal senso è quello della Turchia, che siede ai tavoli negoziali a Bruxelles pur avendo stretti rapporti di cooperazione con Mosca. Tra i dossier che hanno suscitato una maggiore eco vi è, ad esempio, l’acquisizione da parte di Ankara del sistema missilistico russo S-400 che sembra contrapporsi concettualmente alla partecipazione turca nel programma di procurement degli F-35 dato che l’S-400 è stato concepito proprio per abbattere velivoli come quello di produzione americana.

LA QUESTIONE DELLA DIFESA EUROPEA

La posizione di Ankara è controversa anche a riguardo dell’annosa questione cipriota, che rappresenta uno scoglio non indifferente pure nell’auspicabile coordinamento degli sforzi e ripartizione dei compiti tra Nato ed Unione Europea, attore quest’ultimo che pure rivendica un significativo ruolo internazionale come provider di sicurezza. Nonostante le recenti iniziative portate avanti dall’Unione in materia di sicurezza e difesa riconoscano comunque un ruolo di primo piano alla Nato in questo contesto, esse sono state percepite in maniera ambivalente dall’amministrazione americana. In particolare, il presidente Donald Trump ha in varie occasioni, e non senza toni bruschi, spronato i partner europei a destinare più fondi alle spese nella difesa ma al contempo non ha apprezzato i nuovi fondi Ue, contribuendo a definire la questione del burden sharing come un altro elemento di destabilizzazione interna.

IL FUTURO DELLA NATO

In questa temperie, la Nato compie settant’anni, ma è tutt’altro che vicina all’età pensionabile. Come accaduto negli ultimi anni, il cambiamento di numerose variabili sullo scenario internazionale ha reso necessario un aggiornamento delle strutture e dei paradigmi basilari dell’organizzazione. Basti pensare all’estensione dei compiti fino ad abbracciare le operazione di gestione delle crisi e la sicurezza cooperativa prima di un ritorno alla concezione di deterrenza da collocare nel contesto attuale, da espletarsi attraverso un approccio comprensivo basato sull’utilizzo di capacità convenzionali, missilistiche e nucleari, e di contrasto alla minaccia ibrida.

Tali cambiamenti e inversioni di tendenza hanno permesso alla Nato di restare al passo con i tempi, ed ulteriori modifiche saranno necessarie anche nei prossimi anni. La problematica più rilevante resta quella di uniformare le differenti specificità e priorità nazionali grazie ad una visione di insieme che permetta di formare un unico scudo nell’affrontare le minacce provenienti dall’ambiente esterno. Questo risultato conferirebbe un elevato valore politico-strategico all’Alleanza, dato che essa continuerebbe a costituire l’unica alleanza mondiale – specie se la Brexit dovesse arrivare a compimento – che riunisce Stati Uniti, Gran Bretagna, gran parte degli Stati dell’Unione europea e Turchia.