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Nel recente Vertice della Nato uno dei temi del confronto fra Stati Uniti e alleati europei è stato quello delle spese militari e, in particolare, il raggiungimento, entro il 2024, dell’obiettivo del 2% del Pil concordato al vertice del Galles del settembre 2014. Il senso di questo impegno era stato quello di omogeneizzare il costo della difesa fra gli alleati e, indirettamente, aumentare la spesa complessiva, soprattutto grazie all’aumento da parte di alcuni Paesi con il Pil maggiore, come la Germania e, in parte, l’Italia (e, in misura minore, la Francia).

Per assicurare che si traducesse in un effettivo incremento delle capacità militari, si era contemporaneamente fissato un secondo obiettivo, quello di spendere il 20% delle spese militari per gli equipaggiamenti. Quindi un doppio parametro, quantitativo e qualitativo, per evitare il ritorno agli “otto milioni di baionette” che forse possono far aumentare la spesa militare, ma di sicuro non servono a difendersi, come la storia italiana ha dimostrato.

Valutare le effettive capacità militari

In realtà, però, è l’intera logica degli obiettivi finanziari che lascia a desiderare. Poteva, forse, essere efficace in passato quando il fattore tecnologico era meno rilevante e prima dell’era nucleare. Oggi, in un mondo caratterizzato dal dirompente sviluppo tecnologico e dal diffondersi delle guerre ibride e asimmetriche, sembra necessario un approccio meno semplicistico che tenga conto per lo meno delle principali variabili in gioco.

La spesa militare serve per sviluppare una capacità militare ed è questa che conta nel confronto con gli altri Paesi e, in particolare, con quelli più potenzialmente ostili. Questa capacità non è mai stata data solo dagli aspetti quantitativi né in termini di uomini né di mezzi. E non occorre essere storici militari per comprenderlo. Durante tutta la Guerra Fredda si è ben visto come il fattore vincente della Nato nel garantire la dissuasione non sia stato solo il deterrente nucleare, ma anche la maggiore efficienza e la superiorità tecnologica nei confronti del Patto di Varsavia.

Oggi, a maggior ragione, è proprio quest’ultima la variabile più importante. Lo sviluppo tecnologico su scala globale, allargatosi dal militare e aerospaziale a tutti i settori, grazie alla rivoluzione informatica e poi digitale, ha profondamente trasformato i parametri della capacità militare. E ancora di più lo farà la nuova ‘Rivoluzione industriale 4.0’ attraverso la più diffusa interconnessione all’interno della filiera produttiva e all’interno del mercato. A questo contribuirà anche l’ormai sistematico trasferimento tecnologico fra applicazioni militari e civili, oltre che fra il settore della difesa e quello della sicurezza.

Il solo obiettivo del 2% rischia, quindi, di essere fuorviante. Non vi è la minima garanzia che il suo raggiungimento garantisca un’adeguata capacità militare. La valutazione richiederebbe, invece, la messa a punto di una metodologia più complessa che consenta di confrontare le effettive capacità militari.

La specificità del settore militare

Le difficoltà di un simile approccio non devono, però, giustificare la semplicistica inclusione di altre spese, in particolare di quelle per la sicurezza, al fine di avvicinarsi all’obiettivo del 2%. A prescindere dal fatto che, se venisse fatto da tutti, si dovrebbe poi alzare l’asticella, non modificherebbe di certo la posizione dei singoli Paesi nella classifica Nato. Rischierebbe, inoltre, di allontanare l’obiettivo del 20% per gli investimenti, visto che nel campo della sicurezza il fattore umano è, in generale, preponderante.

Ma, dietro questo approccio, si rischia di nascondere un rischio maggiore, quello di dimenticare e fare dimenticare la specificità del settore militare. Quando, in passato, era nettamente separato dal settore civile, il problema non esisteva. Oggi grazie alla permeabilità del mondo militare rispetto a quello civile, alle applicazioni militari e civili delle stesse tecnologie, all’approccio militare-civile nelle missioni internazionali, in altri termini all’essere diventato il settore militare un elemento essenziale del sistema-Paese, si corre il rischio di non considerarne le caratteristiche peculiari.

In quest’ottica l’impiego delle Forze Armate nella sorveglianza ordinaria di strade e obiettivi sensibili e nel fare fronte a situazioni che non sono ‘eccezionali’, è fuorviante, oltre che uno spreco di risorse. Per svolgere queste funzioni non serve un addestramento ‘militare’. E considerando la dimensione complessiva delle nostre forze di sicurezza, non si capisce perché si debba far ricorso alle Forze Armate. Quanto alle attività di protezione civile, sarebbe molto meglio se fossero disponibili forze adeguatamente equipaggiate ed addestrate, limitando l’intervento militare ad un contributo eccezionale e limitato nel tempo per fare fronte alle vere emergenze.

Lo stesso vale per la cyber-sicurezza che è altra cosa rispetto alla cyber-difesa. Nel campo cibernetico il confine può essere definito con maggiore difficoltà ed è inevitabilmente più ampia l’area della sovrapposizione, ma esiste. Ed è solo la parte della cyber-difesa che va considerata ai fini delle capacità militari. Quindi importantissima, anzi ormai essenziale, ma irrilevante sul fronte finanziario e degli investimenti.

La specificità del settore militare andrebbe, invece, valorizzata e meglio tutelata per giustificare i maggiori sacrifici e rischi del personale e il costo affrontato dai cittadini per garantire una capacità militare che, come un’assicurazione, ci si deve augurare di non dover utilizzare. Anzi, considerando il ruolo della deterrenza, deve contribuire a prevenire i conflitti, più che a parteciparvi.

Trasparenza e opinione pubblica

Gli ultimi governi hanno fatto un’operazione di trasparenza verso l’opinione pubblica e i suoi rappresentanti parlamentari, calcolando la nostra spesa militare in modo più corretto (18,544 miliardi di euro quest’anno): includendovi le pensioni, i programmi militari finanziati dal Ministero dello Sviluppo economico e le spese per le missioni internazionali e limitandosi a considerare l’8% delle spese per i Carabinieri (la quota effettivamente destinata ai compiti militari). Non è cambiato molto a livello di numeri perché stiamo sempre discutendo di centesimi di Pil anziché di decimi (ad oggi l’1,15%, come lo scorso anno), ma è cambiato molto a livello di serietà e di volontà di indicare l’effettivo impegno a difendere il Paese. Bisogna sperare che nella foga del cambiamento, adesso non si ritorni indietro.

Articolo pubblicato su AffarInternazionali.it