La politica estera di Gentiloni e Alfano dalla Libia a Mosca

Di Emanuele Rossi

Nel tardo pomeriggio di lunedì Paolo Gentiloni ha comunicato al presidente della Repubblica italiana di aver accettato l’incarico per formare il governo, e ha presentato la lista dei ministri. Tra le molte conferme del precedente esecutivo, di cui lo stesso Gentiloni era parte, spicca la nuova nomina ad Angelino Alfano, per cui il Parlamento voterà la fiducia come ministro degli Esteri (ruolo occupato proprio da Gentiloni fino a due settimane fa). Alfano avrà un ruolo importante, perché tra i vari interrogativi attorno al nuovo governo italiano ci sono quelli che riguardano la dimensione che Roma vorrà (o potrà) assumere a livello internazionale, aspetto uscito un po’ dall’agenda di governo negli ultimi mesi per dare spazio al referendum costituzionale. Impellenti sono gli appuntamenti istituzionali, come il Consiglio europeo in programma il 15 dicembre, nel marzo prossimo l’anniversario dei Trattati di Roma e a fine maggio la presidenza del G7 che si svolgerà a Taormina. Ma i dossier scottanti non mancano. Ecco una breve rassegna.

Gentiloni ha fatto sapere che vorrà andare avanti “fino a che ci sarà la fiducia” parlamentare, però è evidente che la situazione è instabile – ci sono già alcuni senatori che minacciano di non votare la fiducia necessaria all’insediamento – e questo peserà su molti dossier internazionali. A cominciare dalla Libia, per esempio: il nuovo presidente del consiglio italiano è considerato uno dei maggiori sostenitori del premier designato dall’Onu Fayez Serraj, in crisi di consensi nonostante il suo governo sia stato il primo a sconfiggere definitivamente una delle più importanti basi statuali dello Stato islamico a Sirte (per quanto riguarda la presenza di cellule terroristiche diffuse per il territorio libico, invece, ci sarà da lavorare). La nomina di Gentiloni, secondo gli osservatori, dovrebbe significare il mantenimento delle linea tenuta finora da Roma, ma il problema è che sulla Libia, come altrove, diverse condizioni a contorno stanno cambiando e non è chiaro quanto l’Italia vorrà o potrà spingere in una fase che è comunque, per lo meno al momento, percepita come transitoria. Paradigma: il generale Khalifa Haftar, l’opposizione a Serraj e all’Onu. Gentiloni, che dagli Esteri ha sempre ribadito la necessità di stabilizzazione per la Libia, anche nell’ottica del controllo dell’immigrazione sud-mediterranea, in passato aveva aperto alla possibilità di trattare con Haftar, se solo il generale avesse fatto un passo indietro sulle proprie ambizioni egemoniche e avesse accettato un ruolo-parte nel governo Onu. Ora però questa possibilità già remota si sta ulteriormente allontanando, perché mentre Serraj traballa il generalissimo della Cirenaica sta prendendo peso anche grazie al supporto russo, e il nuovo presidente americano Donald Trump ha già detto che è sua intenzione collaborare con Mosca su tutti i principali dossier critici internazionali. Che cosa farà il governo italiano che finora si è sempre appoggiato all’America, anche nel tenere una linea rigida, seppur più mite, nei confronti della Russia?

L’ex capo della diplomazia italiana, ora primo ministro, è stato il fautore della linea “fermezza e dialogo” (parole sue) da usare con Mosca: il suo lavoro, e quello del governo che rappresentava (e in fondo ancora rappresenta) è stato importante in sede Ue quando si doveva decidere se sanzionare la Russia per l’orribile vicenda di Aleppo – ancora in corso, forse verso la tragica fase finale –, opponendosi alla linea dura rappresentata da Francia, Germania e Regno Unito, e avendo la meglio nel bloccare le procedure punitive proposte. Ma allo stesso tempo l’Italia ha già annunciato che parteciperà al programma Nato di rafforzamento delle forze di pronto intervento schierate sul Baltico come deterrenza nei confronti della Russia. L’Italia difficilmente ha preso decisioni eccezionaliste, e negli ultimi due anni, complice anche l’ottimo rapporto personale tra Matteo Renzi e Barack Obama, ha seguito tout court la linea dettata da Washington – tra gli ottimi rapporti italo-americani, quello dello stesso Gentiloni e l’ex segretario di Stato John Kerry: Alfano saprà, o potrà, fare altrettanto con il nuovo capo della diplomazia statunitense Rex Tillerson? L’amministrazione Obama ha una scadenza chiara, il 20 gennaio, e “il governo Renzi-bis senza Renzi” (come i critici ironizzano a proposito dell’esecutivo stampo del precedente di cui Gentiloni dovrà prendere il timone) ha davanti a sé un alleato, Trump, completamente nuovo e con cui occorre costruire interamente i rapporti – partendo tra l’altro da una posizione non facile, visto che Gentiloni, come d’altronde quasi tutti i leader mondiali, sosteneva la sua avversaria Hillary Clinton. Da gennaio, per dodici mesi, l’Italia avrà anche la presidenza temporanea del G7, con un vertice nevralgico a fine maggio che si svolgerà a Taormina. Sul piatto il primo banco di prova credibile per valutare le politiche americane trumpiste – focus sui rapporti con i vecchi alleati della nuova Casa Bianca – , ma anche la possibilità di continuare o meno lo schema a sette, ossia senza la Russia.

Altro capitolo i rapporti con l’Unione Europea: Gentiloni è un politico apprezzato, capace alla mediazione che servirà per dare peso all’Italia all’interno delle dinamiche di Bruxelles – ma anche in questo caso gli scettici sottolineano che potrebbe aver le mani legate. Per il “quiet man“, come lo definisce la BBC, il primo appuntamento è fissato per giovedì alle 12,30, con il Consiglio d’Europa e sul tavolo che condividerà con gli altri capi di stato e di governo c’è già la situazione del sistema bancario italiano (col caso critico del Monte dei Paschi di Siena) e l’approvazione della manovra di bilancio. Ma Gentiloni in Europa dovrà anche cerca di negoziare accordi migliori per la questione immigrazione: accordi che spostino l’interesse di Bruxelles lontano dalla risposta “in emergenza” ma verso politiche più larghe; era il 4 ottobre, due mesi prima della sconfitta renziana al referendum, quando Gentiloni intervenendo ai microfoni di America24, ancora da ministro degli Esteri, dettava un piano ambizioso per risolvere il problema dei flussi migratori africani, fronteggiarli con lo sviluppo, trasformare una necessità (stoppare i migranti e i viaggi disperati, mortali a cavallo del Mediterraneo) in un’occasione di investimento per le aziende europee che avrebbe permesso ai Paesi interessati di crescere e obliterare le condizioni critiche da cui i profughi fuggono – due settimane prima era stato l’allora premier Renzi a bacchettare l’Europa, dal podio dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite, sull’incapacità di Bruxelles nel “tradurre in azioni i discorsi e le buone intenzioni” sull’Africa.