Ripartiamo dal Galles

Di Fabrizio Luciolli

Gli avvenimenti che nel 2014 hanno scosso lo scenario internazionale hanno modificato l’agenda del vertice che, il 4 e 5 settembre, riunirà nel Galles del sud i capi di Stato e di governo dell’Alleanza atlantica. Oltre a gestire la fine delle operazioni in Afghanistan e riconsiderare il sistema dei partenariati, il vertice dovrà riaffermare il ruolo e il livello di ambizione della Nato, coniugando una credibile difesa collettiva, un’efficace gestione delle crisi e una sicurezza cooperativa fondata su partenariati duraturi.
L’aggressione alla Crimea ha drammaticamente ricordato agli Alleati l’impegno primario della difesa collettiva e il ruolo cruciale dell’art. 5 del Trattato atlantico, che dovrà essere interpretato in chiave moderna, considerando la minaccia cibernetica, il contrasto al terrorismo e le capacità necessarie per una efficace difesa missilistica.
L’imminente vertice del Galles avrà il compito di approfondire ulteriormente tale vincolo attraverso una Dichiarazione transatlantica che costituisca un nuovo contratto di sicurezza e solidarietà che impegni le due sponde dell’Atlantico a una nuova e più equilibrata condivisione di responsabilità. Tuttavia, il crescente divario tra le due sponde dell’Atlantico nelle spese e investimenti per la difesa rischia di minare non solo l’interoperabilità nelle operazioni tra i Paesi europei della Nato e l’alleato statunitense, quanto lo stesso legame transatlantico fondato sulla indivisibilità della sicurezza.
Alle limitate risorse di bilancio la Nato cercherà di sopperire con un ulteriore rafforzamento dei programmi di sviluppo e condivisione di capacità, quali la Smart defense, e la Connected forces initiative, e con l’adozione di un Readiness action plan che dovrà assicurare un serrato calendario di esercitazioni in grado di mantenere la prontezza operativa delle forze, quali la Nato response force o le forze speciali che non saranno più impiegate in teatri operativi come l’Afghanistan. In occasione del vertice, la Nato si accinge a varare anche una Defense capacity building initiative, volta ad assistere i Paesi partner e non, nelle riforme nel settore della sicurezza e nello sviluppo di Forze armate in grado di gestire autonomamente eventuali future situazioni di crisi.
Nell’agenda della Nato, il sistema dei partenariati è quello che richiede la riflessione più approfondita, al fine di pervenire ad una revisione che rinvigorisca un concetto stanco anche se di indubbio successo nella storia recente dell’Alleanza. Pur riaffermando il principio della “porta aperta”, il vertice del Galles non prevede alcun allargamento dell’Alleanza.
Infine, la Nato ha l’esigenza di promuovere una aggiornata cultura della sicurezza che riconnetta i cittadini con i valori fondanti dell’Alleanza. Pertanto, in occasione del vertice, l’Alleanza sarà non solo chiamata ad aggiornare le linee guida della propria azione politica ma, altresì, a ridefinire la propria comunicazione strategica. Come affermò Gaetano Martino nel Rapporto sulla Cooperazione non militare della Nato nel 1956, affinché “un senso di comunità leghi le popolazioni così come le istituzioni dei Paesi atlantici”, sarà necessario che la comunicazione sia univoca, credibile e chiara e che ad essa corrisponda un efficace coordinamento delle attività di diplomazia pubblica della Nato.
In tale prospettiva, s’inquadra il rafforzamento dell’Atlantic treaty association (Ata), organo di raccordo tra la Nato e le pubbliche opinioni dei Paesi membri e partner dell’Alleanza. Un’organizzazione composta dai 40 Comitati atlantici nazionali di tutti i Paesi Nato e partner e alla cui presidenza, per il periodo 2014-2017, è stata designata l’Italia, nella persona dello scrivente, nonostante il pressoché totale disinteresse delle istituzioni nazionali competenti.
Un ulteriore segnale, dopo l’infelice esito della candidatura italiana alla segreteria generale della Nato, che rivela lo smarrimento, anche presso le nostre istituzioni, di quei valori richiamati da Gaetano Martino e di quella visione e senso di responsabilità con cui, sessantacinque anni or sono, Alcide De Gasperi volle associare l’Italia a quel “formidabile elemento di forza materiale e morale” con cui identificava il Patto atlantico.