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Tagliare ulteriormente il numero degli F-35 opzionati da Roma significherebbe commettere “un grave errore“, con il rischio di “buttare il bambino” dei sistemi di Difesa utili alle esigenze del Paese ”tenendosi invece l’acqua sporca” dei tanti sprechi veri da ridurre.A lanciare l’allarme è il generale Leonardo Tricarico (nella foto), ex Capo di Stato Maggiore dell’Aeronautica Militare, socio fondatore della Fondazione Icsa e presidente del comitato strategico della rivista Airpress, che in una conversazione con Formiche.net spiega perché ridurre nuovamente l’impegno dell’Italia nel programma Jsf non costituisce un risparmio.
Generale, oggi la Repubblica dà per certo un dimezzamento – da 90 a 45 – degli F-35 che acquisterà l’Italia. Che ne pensa?
Su quanto scritto oggi da quel quotidiano nutro forti perplessità. Intanto perché è l’unico giornale ad uscire con un titolone in prima pagina, e poi con larga evidenza nella seconda e terza, parlando di una notizia che non c’è. Ma è un’anomalia spesso presente sulla stampa italiana e che a volte evidenzia qualche interesse specifico dell’editore, anche se in questo caso fatico a comprenderlo.
E se Matteo Renzi tagliasse davvero il numero dei velivoli? L’ipotesi non è campata in aria. Il premier e il ministro della Difesa Roberta Pinotti hanno parlato di “rimodulare”.
Se lo facesse perderemmo una grande occasione. Ad essere danneggiata sarebbe in primo luogo la nostra industria. I benefici dell’adesione al programma sono contenuti in un recente studio indipendente di una società di revisione internazionale, la PricewaterhouseCoopers. Ricadute che sono già diminuite quando abbiamo effettuato il primo taglio da 120 a 90. Se dovessimo ridurre ulteriormente i caccia, potrebbero essere azzerate, a cominciare dallo stabilimento di Cameri, che con molta probabilità diverrebbe improduttivo.
Come rispondere a chi crede che 90 velivoli siano troppi per le esigenze militari di un Paese come l’Italia?
Coloro che oggi – Repubblica è tra questi – invocano un’Unione europea della Difesa, invece che sui tagli dovrebbero riflettere sul fatto che l’F-35 sarà a tutti gli effetti un velivolo “europeo”. Molti Stati del Vecchio continente hanno già deciso di dotarsene e altri (come la Norvegia) se ne aggiungeranno. Quello che l’Italia e gli altri Paesi dovrebbero fare non è tagliare, ma unirsi per parlare con gli Usa e con Lockheed Martin con una voce sola e massimizzare così i profitti per le nostre economie. Questo vuol dire ragionare in termini comunitari.
Questo non risolve però il tema delle esigenze di bilancio.
Il tema del risparmio è assolutamente populistico ed è stato annunciato solo per accontentare la gente, che ha ormai identificato questi velivoli come uno spreco. La valutazione da fare è però un’altra. Non c’è nessuna ragione per cui noi dovremmo annunciare sin d’ora una riduzione dei velivoli. Ciò, come detto, avrebbe l’unico effetto di ridurre i benefici per l’Italia. Quando l’attuale ministro della Difesa avrà terminato il suo mandato noi saremo arrivati a 19 caccia, quindi diamole il tempo di definire meglio come ottimizzare davvero le risorse e di cosa necessità davvero la nostra Aeronautica Militare che, senza nuovi aerei in sostituzione di quelli in via di obsolescenza, rischia di perdere la ragione stessa della esistenza.
Come ritiene vada affrontato il problema?
Seguendo un ragionamento logico. Per prima cosa bisognerebbe varare il Libro Bianco della Difesa per decidere strategicamente cosa serve all’Italia e procedere al taglio di numerose ridondanze. Dopo bisognerebbe razionalizzare ciò che rimane e non è poco; la Difesa è un’organizzazione altamente compartimentata, nella quale le risorse non vengono messe a fattor comune per alcunché. Solo allora bisognerà valutare se tagliare spese per investimenti. Il rischio, altrimenti, è quello di buttare il bambino e tenersi l’acqua sporca.
Crede che un ulteriore taglio comporterebbe ripercussioni sul piano delle relazioni atlantiche?
Non credo, ma dal punto di vista nazionale sarebbe una scelta masochista e che non gioverebbe affatto all’immagine del nostro capo di Governo. D’altronde lo ha già ricordato Barack Obama, che a Roma ha ripetuto ciò che in modo educato disse il Segretario della Difesa Robert Gates nel 2011 durante una ministeriale Nato. I contribuenti americani non comprendono perché debbano contribuire alla difesa europea e della Nato in modo così superiore a quanto fanno i loro partner. Anche per questo, continuare a ridurre i nostri investimenti nel settore rappresenta una scelta sconsiderata, oltre che irrazionale.