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Settecentocinquanta miliardi di dollari. A tanto dovrebbe ammontare la richiesta di budget 2020 per la difesa che l’amministrazione Trump presenterà prossimamente alle Camere. Dopo le reticenze iniziali, anche il presidente si sarebbe convinto ad aumentare la cifra, nella speranza di mantenere un bilancio di almeno 733 miliardi nel corso dell’iter parlamentare, che dopo i risultati delle elezioni di midterm si preannuncia ancora più complesso. L’indiscrezione arriva da Politico, che riporta di un incontro alla Casa Bianca lo scorso martedì tra il presidente, il capo del Pentagono James Mattis e i presidenti repubblicani delle commissioni Armed Service di Camera e Senato, Mac Thornberry e Jim Inhofe.

“Saranno 750; il segretario Mattis li ha ottenuti dopo il pranzo con il presidente”, ha detto un funzionario dell’amministrazione al sito statunitense. Una cifra cospicua, ben superiore ai 700 miliardi del 2018 e ai 716 miliardi già approvati per il 2019. Eppure, a ottobre, Trump aveva indicato per il 2020 una discesa a quota 700, generando le preoccupazioni di molti parlamentare (soprattutto repubblicani), esperti e rappresentanti del comparto industriale. Lo scorso 3 dicembre, in un tweet dai toni quasi pacifisti, il presidente si era rivolto ai colleghi cinese e russo, Xi Jinping e Vladimir Putin, dicendosi certo di poter iniziare a discutere per “un significativo freno a ciò che è diventata un’enorme e incontrollata corsa agli armamenti”. Nello stesso cinguettio, Trump definiva “crazy” la spesa di 716 miliardi prevista per il 2019.

Eppure, i documenti già presentati dall’amministrazione, soprattutto le due strategie di sicurezza e difesa nazionali (Nss e Nds), indicano l’esigenza di un ammodernamento costante e complessivo dello strumento militare Usa, necessario per far fronte alle crescenti sfide internazionali, da quelle macro con Russia e Cina, a quelle regionali, come Iran e Corea del Nord. Così, la scorsa settimana, 70 rappresentanti della Camera (tra cui un solo democratico, Tom O’Halleran) hanno scritto a Trump, invitandolo a presentare una richiesta di almeno 733 miliardi per il 2020, cifra sostenuta in prima persona dal capo del Pentagono James Mattis. “Abbiamo già visto gli effetti devastanti sulla prontezza operativa quanto le nostre Forze armate sono costrette a tagli arbitrari, mentre i nostri avversasi continuano a investire aggressivamente nelle rispettive operazioni di sicurezza nazionale”, si legge nella missiva, in parte riportata da DefenseNews.

L’obiettivo dei firmatari è poter partire con una top line piuttosto alta, così da aumentare la posizione di forza nei confronti dei democratici, pronti a fare battaglia sul prossimo bilancio federale. La strategia sarebbe stata proposta dallo stesso Trump. “C’è stata una discussione con il presidente su come poter ottenere i 733 miliardi”, ha raccontato un’altra fonte a Politico. “Il presidente – ha aggiunto – ha suggerito che, se la posizione è di 733 miliardi, allora dovremmo presentare una richiesta di 750 come tattica negoziale”.

Il cambio di rotta del tycoon non sorprende in maniera particolare, soprattutto alla luce degli ultimi dati di Sipri, l’autorevole istituto di Stoccolma specializzato in conflitti e armamenti. Secondo il reportpubblicato oggi, il 57% delle vendite globali di armi nel 2017 è stato coperto da aziende Usa, ben 42 nella Top 100 mondiale per 226,6 miliardi di dollari (+2% rispetto al 2016). Il trend, spiegano gli esperti, è destinato a proseguire nel futuro, considerando che la strategia americana è tutt’altro che incline a un ripiegamento dello strumento militare nel mondo.