Trump e la guerra con i media sul terrorismo

Di Emanuele Rossi

Lunedì, durante la visita alla MacDill Air Base di Tampa, in Florida, davanti a circa 300 militari del Central Command, Donald Trump non ha perso l’occasione per criticare i media. Una specie di replica di quanto fatto durante l’uscita di Langley, alla sede della Cia, tornando a definire la stampa “disonesta” perché non dà sufficiente copertura agli attacchi terroristici: “Hanno le loro ragioni, si capisce” ha detto il presidente americano, senza aggiungere altro, ma sottolineando che questi buchi giornalistici (intendeva voluti?) riguardano anche fatti avvenuti in Occidente: “Avete visto quello che è successo a Parigi e Nizza. In tutta Europa, sta accadendo. Si è giunti al punto in cui [certe vicende] non sono nemmeno state segnalate, e in molti casi, la stampa molto, molto disonesta non vuole segnalarle”, ha detto il presidente americano.

È un’altra frequenza della fase di dialettica dura che la Casa Bianca sta alzando contro i principali media americani e internazionali. Dialettica che scivola anche nel ridicolo a tratti, come per esempio quando lunedì l’addetto stampa Sean Spicer ha accusato il New York Times (con cui ormai Trump è in guerra aperta) di aver riportato “una fake news” perché aveva scritto che Trump guardava la Tv in accappatoio. Spicer ha precisato che probabilmente “il presidente non ce l’ha nemmeno un accappatoio” (pare paradossale, ma è tutto vero, tanto che la CNN ha invitato in studio Maggie Haberman, una dei due giornalisti del Nyt che hanno firmato il pezzo, per un commento non senza risatine).

L’ultimo attacco alla stampa non è incentrato su un tema casuale: arriva dalla sede di CentCom, ossia il comando del Pentagono a cui compete l’area operativa che va dall’Egitto all’Afghanistan, vale a dire la zona più calda del pianeta quando si parla di terrorismo di matrice islamica; quello che Trump vuole combattere più d’ogni altra cosa e prevenire con l’ultra-polemizzato ordine esecutivo su ingressi e immigrazione attualmente sospeso. Ripartiti dalla base aerea, a bordo dell’Air Force One che rientrava a Washington, Spicer ha spiegato ai giornalisti embedded con il presidente (tutti piuttosto indispettiti per l’uscita presidenziale e già in collegamento con le varie redazioni che avevano prontamente diffuso le “breaking”) come il presidente intendeva la questione. Forse. Spicer ha detto che ormai gli attentati sono così “pervasivi” che i media sembrano sottovalutarli, passarci sopra, mentre una volta se ne sarebbe parlato con maggiore approfondimento. Il portavoce della Casa Bianca ha anche promesso di far avere un elenco completo di tutti i fatti che secondo l’amministrazione non erano stati coperti sufficientemente dalla stampa (sul sito della National Public Radio l’hanno diffuso per primi, “senza correggere gli errori grammaticali” specificano). Tra questi ci sono attentati avvenuti in Occidente, per dirne alcuni San Bernardino, Nizza, l’attacco al negozio kosher di Parigi (direte: e non se ne sarebbe parlato? Secondo Trump troppo poco, nonostante ci siano stati giorni e giorni di copertura cavillosa). C’è anche l’attacco all’hotel Corinthia di Tripoli del 2015, di cui tutti hanno parlato tranne che Trump: Michael Crowley di Politico fa notare infatti che quel giorno l’iper-assiduo di Twitter futuro presidente era impegnato su altri argomenti come Miss Universo e i suoi successi televisivi.

Tralasciando che quotidianamente giornalisti muoiono o rimangono feriti per raccontare, spiegare, approfondire, il terrorismo e i suoi background direttamente sul campo, PolitiFact ha fatto il debunking delle dichiarazioni di Trump. Risultato: “Pants on fire”, mutande in fiamme, ossia il massimo livello che una bufala può raggiungere nel sistema di etichette del più importante sito di fact cheking americano. Partendo da un dato: se ci fosse un problema sarebbe opposto, ossia che il terrorismo in Occidente ha una copertura straordinariamente maggiore che nel resto del mondo. PolitiFact dà la sentenza finale: non c’è nessuna evidenza che gli attacchi terroristici in Europa o negli Stati Uniti non siano stati coperti dai media, i quali spesso hanno invece evitato di dare subito l’etichetta di fondamentalismo islamico se c’erano problematiche sovrapponibili; per esempio il caso di Alton Nolen, l’uomo che nel settembre del 2014 attaccò due colleghi, uccidendone uno: dai suoi account sui social network si è scoperto aveva un interesse per lo Stato islamico (in quel periodo nel massimo del suo splendore), ma aveva anche problemi sul posto di lavoro.

Probabile il punto sia qui. Le dichiarazioni non vere di Trump sono probabilmente spinte per sostenere una linea politica: l’amministrazione Obama definiva gli attacchi terroristici col politicamente corretto “estremismo violento” per evitare derive sociali anti-islamiche. Ora invece la Casa Bianca ha diffuso una “visione cupa”, come scrive il New York Times, di “un’America sotto assedio del radicalismo islamico”. L’amministrazione Trump ha focalizzato la sua azione counter-terror esclusivamente contro il radicalismo musulmano (da qui il ban, per esempio): su questo una spinta è stata data dallo stratega nazionalista Stephen Bannon, che già nel 2014 diceva che “siamo in guerra con il radicalismo islamico” (Barack Obama non parlava mai nemmeno di guerra, il Pentagono chiama ancora “operazioni” la lotta allo Stato islamico in Iraq e Siria).