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L’esito del voto potrebbe segnare una certa discontinuità per la presenza italiana in Europa. Poco dovrebbe invece cambiare nel rapporto con gli Stati Uniti e nella partecipazione alla Nato, mentre per le missioni internazionali il rischio di mandare segnali negativi ai partner è alto. Parola di Ferdinando Nelli Feroci, presidente dell’Istituto affari internazionali (Iai), diplomatico di carriera e già rappresentante permanente d’Italia presso l’Unione europea e commissario europeo, intervistato da Formiche.net per capire quale potrebbe essere l’effetto dei risultati elettorali sulla postura internazionale italiana.

Con l’exploit del Movimento 5 Stelle e la crescita della Lega, quale linea potrebbe prevalere nella politica estera del prossimo governo: rottura o continuità?

Sebbene sia presto per fare delle previsioni sul governo che si formerà e sulla maggioranza che lo sosterrà, credo che ci siano le premesse perché prevalga una linea di rottura. Circa il 54% degli elettori si è pronunciato a favore di formazioni politiche che, a loro volta, si sono pronunciate per una forte discontinuità in materia di rapporti con l’Europa, e questo vale per entrambe le possibili alternative di governo, sia per un esecutivo di centro destra a guida leghista, sia per un esecutivo a 5 Stelle con una sorta di sostegno del Partito democratico o di alcuni suoi esponenti.

Crede che possano aver influito nelle scelte dell’elettorato le posizioni euro-scettiche o euro-critiche dei due partiti?

L’elettorato si è in realtà trovato sottoposto a una martellante propaganda elettorale che ha avuto l’obiettivo di scaricare sull’Europa delle responsabilità che, nella migliore delle ipotesi, non erano solo europee ma anche nazionali. Sicuramente, il sostegno dell’opinione pubblica al progetto europeo è calato rispetto al passato. Questo è dovuto però in larga misura ai messaggi dei leader politici, non solo di quelli delle formazioni tradizionalmente euro-scettiche o euro-critiche, ma anche di quelli dei partiti mainstream che hanno iniziato da tempo ha fare propri dei messaggi negativi circa l’Unione europea.

Capovolgendo il punto di osservazione, l’esito del voto è stato accolto da Bruxelles con una certa moderazione. Ciò potrebbe cambiare nelle prossime settimane?

Credo che la prudenza sia la giusta risposta di Bruxelles che ha evitato valutazioni troppo preoccupate poiché, ad ora, sarebbero un errore. Occorre infatti ricordare che le elezioni rappresentato il massimo esercizio della volontà popolare e come tali vanno rispettate. In questo senso, la reazione dei vertici dell’Ue è giusta. Ciò che incoraggia è invece la reazione dei mercati, che non si esprimono con dichiarazioni ma con movimenti speculativi che per ora non si sono verificati. Certo, molto dipenderà da come il risultato elettorale si tradurrà in una maggioranza parlamentare e da quale governo e con quale programma si formerà. Non solo nel rapporto con l’Europa, ma anche sulla complessiva collocazione internazionale, sui rapporti con Russia e Stati Uniti ci potrebbero essere elementi di discontinuità abbastanza significativi. Tuttavia, prima di dare giudizi bisogna vedere come si svilupperà il post-voto.

Inseriti nella più ampia crescita nelle forze euro-scettiche ed euro-critiche in tutto il Continente, i risultati italiani dovrebbero condurre l’Unione europea a un generale ripensamento?

Il ripensamento dell’Unione è già in corso. Si tratta di un processo continuo di adattamento e aggiornamento. L’importante è che l’Italia possa partecipare a questo processo di riforma in maniera costruttiva, senza critiche aprioristiche e con le giuste alleanze. Il punto, in parole povere, è scegliere se stare con Parigi e Berlino o con Varsavia e Budapest. E io avrei le idee chiare su quale alleanza convenga in termini di interessi nazionali. Sul tema del ripensamento, in particolare, si deve lavorare soprattutto sulla legittimazione democratica, ma bisogna farlo con gli alleati e con proposte costruttive.

Proprio oggi il Consiglio dell’Ue ha approvato la nuova tabella di marcia per la Pesco. Sin dalle sue origini, l’Italia è stata tra i Paesi trainanti del percorso di difesa comune. Con il voto ciò potrebbe cambiare?

Il prossimo governo si troverà confrontato con alcune importanti scadenze. Tra queste c’è anche il tema della difesa e sicurezza, a cui però si aggiungono la riforma della governance dell’eurozona e dell’Unione bancaria, il futuro bilancio dell’Ue e le nomine dei vertici. Occorrerà capire come ci giocheremo queste partite e con quali obiettivi gestiremo dossier molto delicati, tra cui quelli relativi a sicurezza e difesa. Proprio questi ultimi, forse, potrebbero essere l’aspetto su cui ci sarà minore discontinuità. D’altra parte però, il maggiore impegno in questi settori determinerà maggiori oneri finanziari e maggiori stanziamenti che dovranno essere votati, così come il decreto missioni. In altre parole, le prove del nove saranno i dati concreti, per capire se sarà un’Italia che vorrà continuare a far fronte agli impegni assunti in ambito internazionale, ivi comprese le missioni militari che rappresenteranno un punto molto delicato.

Non crede che l’intenzione del ritiro dall’Afghanistan, da sempre un pallino del M5S, possa essere in continuità con il progetto di riduzione del contingente italiano già annunciato dal ministro Pinotti?

Sì, ma è importante che tali decisioni di ritiro parziale siano prese in sede di concertazione con gli alleati. Le missioni condotte dai militari italiani si svolgono sotto vari cappelli, della Nato, delle risoluzioni del Consiglio di Sicurezza dell’Onu ed europee. Dovremo perciò evitare strappi non concertati e decisioni che mettano in difficoltà alleati e partner. Ogni volta che si ritira un contingente si crea un vuoto che dovrà essere gestito. In Iraq ha poco senso restare a Mosul, così come ha senso ridurre l’impegno in Afghanistan. In entrambi i casi è però essenziale che si faccia nel quadro di dialogo con gli alleati internazionali.

Meno dubbi sembrano esserci su un altro pilastro della nostra postura internazionale: l’atlantismo. Ritiene che l’esito della tornata elettorale possa impattare nei rapporti con gli Stati Uniti?

Su questo mi è parso di cogliere nella narrativa pre-elettorale una manifesta simpatia per Trump e per il trumpismo, anche a costo di perdere di vista gli interessi nazionali. Mi riferisco in particolare alle politiche commerciali del presidente americano, in contrasto con il libero scambio, ma anche a un’eventuale deviazione sul tema del rapporto con la Russia. In passato, le forze uscite vincitrici dalle urne hanno manifestato apertamente l’intenzione di revocare le sanzioni nei confronti di Mosca. Queste però non si revocano unilateralmente perché sono state adottate in sede europea, l’unica che può portare a una loro attenuazione o revoca.

Se l’atlantismo non è in discussione, tanto la Lega quanto il M5S hanno mostrato una certa insofferenza per l’impegno definito in ambito Nato di destinare il 2% del Pil nella difesa. Che effetti potrebbero avere queste posizioni?

Anche l’atlantismo come l’europeismo si andrà a misurare alla prova dei fatti. Il tema della quota del 2% del Pil da destinare alla difesa è sul tappeto da tempo. Nessuno pretende che l’Italia passi a questo target nel giro di qualche anno, però è necessario continuare e investire in sicurezza e difesa, a prescindere dalle richieste americane poiché questo, come la stessa permanenza nella Nato, rientra nel nostro interesse nazionale. Che l’obiettivo del 2% si collochi in una prospettiva di medio-lungo termine lo ha confermato anche lo stesso governo Gentiloni, soprattutto considerando che per la situazione italiana di bilancio un passaggio brusco a tale soglia sarebbe impensabile. Inoltre, il contributo alla difesa collettiva si misura in altri parametri come la partecipazione alle missioni internazionali. Certo, se dovessimo ritirarci da queste ultime e contestualmente ridurre il bilancio, il segnale sarebbe decisamente negativo.