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Il richiamo a “tornare alle basi” delle relazioni transatlantiche, ripetuto da vari think tank durante e prima il Summit del Galles di ieri ed oggi riporta alla luce un nocciolo militare che è stato alla base della Nato durante la divisione dell’Europa post-1945: il legame tra Germania e Stati Uniti, o meglio tra le correnti atlantiche tedesche e quelle europeiste nordamericane.
Si tratta di un legame che però non ha mai avuto quell’ampio respiro politico che è invece tipico della “special relationship” anglo-americana o la collaborazione franco-statunitense in Africa e Medio Oriente. La prima, per altro, ha avuto una pesante battuta d’arresto a settembre 2013, quando la Camera dei Comuni bocciò la proposta di Cameron di intervenire in Siria. Evento che Giulio Sapelli nel suo ultimo Dove va il mondo? (Ed. Guerini, 2013) valuta come rottura storica, capace cioè di riconfigurare un rapporto americano con l’Europa sempre più indipendente dalla mediazione londinese.
Non è difficile immaginare che tra i prati del Celtic Manor abbia aleggiato il ricordo e il non-detto di una certa qual “inaffidabilità” inglese in quell’occasione. Accentuata dall’atmosfera che precede il referendum per l’indipendenza scozzese del 18 settembre. Robert Parker, dirigente del gruppo bancario Credit Suisse sul Financial Times di ieri ha riportato i timori della comunità finanziaria circa la serie di eventi politici che la Gran Bretagna dovrà affrontare a breve: dal referendum scozzese alle elezioni generali del 2015 (con la prospettiva di un UKIP arrembante contro i conservatori in rotta) al referendum per restare in Europa. Troppe incertezze per non incidere sullo spread dei titoli di Stato britannici, ha avvertito Parker.
In questo contesto non stupisce il riferimento esplicito al ruolo tedesco, sebbene appena accennato nell’editoriale del New York Times del 2 settembre, in forma di invito a svolgere un ruolo più pregnante a partire dalla crisi in Ucraina. Dove questo invito possa condurre il modello tedesco di potenza industriale-civile, su cui l’esperienza delle Grosse Koalition è improntata, è ancora presto a dirsi. Certo che esso, oltre ad un’opportunità, è una sfida agli equilibri interni tedeschi, imperniati sulla subordinazione delle forze armate al Parlamento (e dunque anche alle formazioni pacifiste) più che all’esecutivo.
Non sorprende nemmeno che a Berlino si pensi ad una crisi delle relazioni anglo-tedesche come ultimo capitolo di una “malattia strategica” britannica, come fa un recente report della Società tedesca di relazioni internazionali sul “Brexit” (il tema della possibile uscita inglese dall’Unione europea). Dove si dice chiaramente che il discorso fatto da Cameron sulla riforma dell’Europa del gennaio 2013 è ancora un vulnus per Berlino, che lo ha percepito come un tentativo di rilanciare forze centrifughe nel Vecchio continente. Su questo sfondo il forte committment pro-Kiev anche di correnti tradizionalmente filo-russe della classe dirigente tedesca appare come una mossa abile (e relativamente a basso costo, per ora) che toglie alle correnti russofobe britanniche argomenti anti-tedeschi nell’infowar tutta interna all’ambito atlantico.