Cassini, una missione tutt’altro che conclusa

Di Michela Della Maggesa

La sonda Cassini è precipitata a 30 chilometri al secondo nell’atmosfera di Saturno fino a distruggersi. Ma la sua missione non è ancora finita. Come ha spiegato Enrico Flamini dell’Asi, in collegamento dal JPL della Nasa, “c’è ancora una mole di informazioni da tirare fuori da Cassini e una banca dati tutta da costruire”. Attorno alle 12,30 ora italiana la sonda ha inviato l’ultimo segnale radio da 1,5 miliardi di chilometri di distanza, a pochi secondi dall’ultimo tuffo, registrato dalla Nasa alle 13,55 ora italiana.  Orbite sempre più radenti hanno portato Cassini a precipitare nell’atmosfera di Saturno. Alle sue spalle una lunga scia luminosa simile a una stella cadente. Termina così la lunga avventura durata 20 anni di una delle missioni più importanti e ambiziose della storia della conquista dello spazio nella quale l’Italia, attraverso Asi, ha partecipato congiuntamente con Nasa ed Esa. Le sue immagini e i dati raccolti hanno fatto riscrivere i libri non solo sul pianeta con gli anelli ma su tutto il Sistema Solare.

Quanto fatto con questa pionieristica missione, sia da un punto di vista scientifico che industriale, infatti servirà alle prossime missioni di esplorazione del Sistema Solare, come “Juice”, attualmente in fase di realizzazione, che l’Esa ha in programma come Large Mission verso Giove. Assieme all’Agenzia europea, ci sarà anche questa volta la Nasa, che si occuperà dell’esplorazione di Europa, una delle lune del pianeta, dando vita a due missioni distinte ma assolutamente complementari. “Nessuna Agenzia puo andare ad esplorare lo spazio da sola”. Dichiara un responsabile della missione Cassini della Nasa, spiegando inoltre che una delle prossime sfide nello studio dello spazio profondo sarà quella di avere – date le enormi distanze  e i tempi di invio e ritorno del segnale – sonde sempre più autonome e meno dipendenti dai comandi da Terra.

Dopo sette anni di viaggio e tredici di attività la sonda – 27 le nazioni coinvolte dal programma – ha inviato a terra, attraverso la sua grande antenna di 4 metri di diametro progettata e costruita in Italia da Thales Alenia Space, una mole di informazioni tale che terrà occupati gli scienziati per i prossimi anni per scoprire i dati mancanti sulla formazione di Saturno e sui suoi anelli. L’antenna è stata anche una parte integrante di due strumenti che hanno visto l’Asi e l’università italiana protagonisti: il radar “che ha consentito all’Italia – fanno sapere oggi in Asi – un salto generazionale nella radaristica, che ha permesso di acquisire competenze poi portate su Cosmo-SkyMed e da riutilizzare sul suolo marziano”, e la radioscienza. Cassini è stato per moltissimi aspetti un programma dai ritorni tecnologici e scientifici senza eguali. La sonda ha inviato a terra spettacolari immagini di un pianeta poco conosciuto. Prima di tuffarsi, Cassini ha persorso infatti 7,9 miliardi di km, completato 294 orbite e scattato 453.000 foto.

Gli strumenti di Cassini ci hanno dato le ultime informazioni, fondamentali, man mano che si è avvicinato al tuffo finale. La Camera ha inviato sulla Terra le conclusive dettagliate e ravvicinate immagini prima di essere spenta, NIMS e VIMS, strumenti con l’Italia protagonista, hanno funzionato fino all’ultimo. Il contatto radio si è spento pochi secondi prima che Cassini si dissolvesse nell’atmosfera di Saturno, inviandoci ancora ulteriori dati. Il cammino finale della missione aveva sulla Terra diversi ‘occhi’ attenti a seguirne le ultime tracce. Tra questi, posizionata in provincia di Cagliari, c’è anche la Sardinia Deep Space Antenna (SDSA) dell’Agenzia spaziale italiana, ultima arrivata ma tra le più potenti antenne che fanno parte del Deep Space Network.

“Cassini ha esteso in modo esponenziale la nostra conoscenza del Sistema Solare”, ha detto il presidente dell’Asi, Roberto Battiston. “Questa missione, inoltre, è un esempio del miglior linguaggio della scienza, il linguaggio della cooperazione internazionale e della condivisione dei dati scientifici, essenziale per il successo delle esplorazioni spaziali. L’Asi ha una grande tradizione di collaborazione con le più importanti agenzie spaziali del mondo, e gli accordi che abbiamo fatto per la Sardina Deep Space Antenna, che entrerà nel Deep Space Network della Nasa (a gennaio, ndr), innalzano ad un livello superiore la capacità spaziale italiana. Una prova di questa capacità l’abbiamo avuta il 22 agosto con il primo collegamento tra Cassini e la Deep Space Antenna. Potremmo definirla una storia d’amore scientifica: due strumenti italiani che si sono “baciati” dopo vent’anni ad oltre un miliardo di chilometri di distanza”. Sottolineando l’importanza dell’apporto nazionale a Cassini , Battiston ha detto che in termini di investimento l’Asi ha partecipato alla missione, costata complessivamente 5 miliardi di dollari, con il 10% (250 miliardi di lire), mentre l’Esa ha messo il 13%.

“La missione che si conclude oggi parla molto italiano: sono passati oltre 300 anni dalla scoperta dei satelliti di Saturno da parte di Giovanni Domenico Cassini e oggi una sonda che porta il suo nome si tuffa nell’atmosfera di questo remoto pianeta, dopo averceli fatti conoscere da vicino” ha commentato il presidente dell’Inaf, Nichi D’Amico. “Cassini – ha detto a fine missione – è la conclusione di un’avventura che apre molti capitoli. C’è ancora molto da celebrare”. Inaf partecipa con quattro membri del team scientifico dello spettrometro VIMS e 3 Participating Scientists, tutti dell’Istituto di Astrofisica e Planetologia Spaziali di Roma dell’INAF, che hanno prodotto circa il 20% delle pubblicazioni scientifiche generate dai dati dello strumento, uno dei principali a bordo della sonda. “Una grande soddisfazione per il nostro Istituto, viste le sbalorditive scoperte che è stato possibile fare nel corso di questi 10 anni grazie al contributo di VIMS: dimostrare che Phoebe si è formato lontano dal Sole e che Saturno lo ha catturato nelle fasi primordiali del Sistema Solare, dimostrare che i laghi di Titano sono formati da idrocarburi, supporre la presenza di un oceano liquido sotto la crosta ghiacciata di Encelado. Chissà quali altre sorprese ci attendono in questo ultimo tuffo che ci porta un passo più avanti nella comprensione del nostro Universo. Ed è ulteriore motivo di soddisfazione assistere a questo evento con il nostro grande radiotelescopio della Sardegna, appositamente equipaggiato dall’Asi”.

Frutto di una collaborazione iniziata nella seconda metà degli anni ’80 tra la Nasa, l’Esa e L’Agenzia spaziale italiana, la sonda Cassini-Huygens fu lanciata da Cape Canaveral il 15 ottobre del 1997 a bordo di un vettore Titan IV- Centaur che la portò, dopo un lungo viaggio con fly-by intorno a Venere, Terra e Giove ad inserirsi in orbita intorno al pianeta degli anelli il 1 luglio del 2004. A Natale dello stesso anno Huygens si distaccò e il 14 gennaio seguente iniziò la discesa, frenata da tre paracaduti in sequenza, tra le nubi di Titano una delle Lune di Saturno. Il lander acquisì dati per le due ore e mezzo della discesa ed un’altra mezzora sulla superficie, quanto le batterie di bordo consentirono. Un paio di anni dopo il radar ci mostrò anche l’esistenza di laghi e mari di metano liquido al polo nord. Cassini, la cui operatività era inizialmente prevista essere di 4 anni ha lavorato a una distanza di quasi un miliardo e mezzo di chilometri, il suo segnale radio per giungere sulla Terra ha impiegato mediamente 60 minuti.