, SPACE ECONOMY

La sorveglianza e il monitoraggio dello spazio sono dei servizi essenziali per proteggere le infrastrutture in orbita (tutelando così la sicurezza dei cittadini) e per tenere sott’occhio le centinaia di detriti che l’uomo ha lasciato tra le stelle. Il tema promette evoluzioni interessanti e l’Italia (con l’industria e le eccellenze del territorio) potrà giocare un ruolo di primo piano in Europa nell’ambito del programma SST, promosso da Bruxelles. Quello del monitoraggio spaziale è un assetstrategico e il nostro Paese ha le carte in regola (competenze e tecnologie),  per avere un ruolo di leadership, ma servono investimenti, una migliore cooperazione e obiettivi comuni tra industria e governo.

Il convegno ASAS

Si è discusso di questo, e si è fatto un punto sullo stato della governance spaziale del nostro Paese, al convegno “Space surveillance & tracking (SST), un’opportunità strategica per l’Italia”, organizzato dall’ASAS (Associazione per i servizi, le applicazioni e le tecnologie ICT per lo Spazio). All’incontro, moderato dal presidente di Asas Lorenzo D’Onghia, hanno preso parte il presidente dell’Asi Roberto Battiston; il presidente  dell’Inaf Nicolò D’Amico; il presidente della sezione spazio di Aiad Giuseppe Aridon, il consigliere Aipas Roberto Aceti; il presidente del Ctna Cristina Leone; il comandante del Centro sperimentale di volo Mauro Lunardi, il consigliere scientifico dello Iai Jean Pierre Darnis, l’ad di Vitrociset Paolo Solferino e il CTO di Telespazio Marco Brancati.

Il programma europeo SST

La questione dell’affollamento spaziale sta diventando un problema per la comunità mondiale. L’aumento degli utenti spaziali e quindi l’aumento della criticità degli stessi è evidente, e si prevede che nel 2020 l’Europa deterrà il 12% di tutto il patrimonio satellitare. Il programma Space surveillance and tracking, nato da una decisione del Parlamento e del Consiglio europeo nel 2014, ha l’obiettivo di creare la capacità europea di SSA (Space situational awareness), tramite l’individuazione e il monitoraggio di satelliti e detriti spaziali, l’identificazione di posizione e traiettorie, con la finalità di evitare rischi di collisione. I 600mila detriti piccoli e grandi sparsi nello spazio “possono danneggiare e mettere fuori uso i satelliti” ha spiegato Lorenzo D’Onghia.  Soltanto tra il 2016-2017 sono stati registrati un milione di eventi e il numero degli oggetti che gli attuali sensori riescono a rilevare non è ancora sufficiente, “uno dei passi più immediati – ha detto D’Onghia – sarà rispondere all’esigenza di nuovi sensori e dell’upgrade di quelli esistenti”. E sullo sfondo – ha sottolineato il prof. Darnis – abbiamo  il tema critico della gestione e tutela del dato satellitare, che rappresenta un valore-chiave nell’economia del futuro e, in questo caso, anche una risorsa essenziale per quanto riguarda la sicurezza europea.

Per Battiston, dall’Europa iniziativa impostata male

Nel suo intervento, il presidente dell’Asi Roberto Battiston ha ricordato che pur se il momento appare favorevole, “l’iniziativa è stata impostata con strumenti inadeguati.” Battiston ha sottolineato come un consorzio fatto di pochi Stati non sia sufficiente a gestire un progetto di tale portata. “Galileo è di tutti, SST attualmente non lo è – ha evidenziato. È necessario trovare un modo per fare Europa, per instaurare la fiducia reciproca con la giusta competizione commerciale, impiegando satelliti che non hanno bandiera”. È  normale la competizione industriale, ha ricordato, ma non bisogna perdere di vista l’obiettivo. “Non è un problema dell’industria ma delle istituzioni nazionali ed europee”. Secondo Battiston, l’Italia “può fare tutto” in quanto ha delle eccellenze in tutta la filiera, dalla ricerca alla fase attuativa, ma in questo momento la governance europea non sostiene adeguatamente il sistema.

Il consorzio e il ruolo del nostro Paese

Allo scopo di coordinare il progetto SST, nel 2014, è stato costituito il primo Consorzio europeo (con Francia, Germania, Italia, Spagna e Regno Unito) che, sfruttando gli assetti nazionali (radar, elettro-ottici e laser), è già in grado di fornire servizi iniziali di Collision avoidance, re-entry e fragmentation.  “L’ingresso dell’Italia nel consorzio SST era vincolato sin dall’inizio dall’avere la capacità di fornire dati all’Europa, in quanto questo è uno degli obiettivi dell’ente creato nel 2015 a livello europeo – ha spiegato l’ad di Vitrociset, Paolo Solferino – il settore è strategico per l’Italia, che è un Paese dove indubbiamente ci sono delle capacità tecnologiche rilevanti”. Per Mauro Lunardi, “la SSA in futuro sarà essenziale per il business, sia militare sia civile e quello che può fare l’Italia è sicuramente investire”.

Anche secondo il presidente dell’Inaf, la Penisola ha tutti gli ingredienti come “dispositivi e sensori” per essere leader, tuttavia “la scelta è politica. Serve far emergere una proposta ben articolata anche in termini di budget e di possibilità di sviluppo da sottoporre ai decisori”. E lo spazio, avverte Marco Brancati di Telespazio è destinato ad affollarsi sempre più: “Considerando che i satelliti in orbita oggi sono circa 1800, le stime di realizzazione di nuovi sistemi che vengono fornite, ci dicono che entro il 2026 avremo ben 7mila satelliti operativi, metà dei quali dedicati a costellazioni per telecomunicazioni e l’altra metà all’osservazione della terra”.

Tra l’altro, come ha ricordato Cristina Leone, nel panorama degli operatori satellitari giocano ormai un ruolo centrale i privati. “C’è un’apertura agli operatori commerciali che offriranno a breve servizi di orbiting. Questo può aiutare sia l’Italia sia l’Europa ad avvicinarsi alle competenze che gli americani riescono a mettere in campo. C’è un mondo di servizi che dovrebbe essere aggredito dagli operatori e dalle aziende nazionali e per fare questo servono una strategia e degli investimenti”.

Finanziamenti inadeguati dall’Ue secondo l’Italia

Per garantire la sicurezza e la stabilità delle operazioni nello spazio, la Commissione europea ha stanziato risorse iniziali per circa 70 milioni, che sono state distribuite tra i Paesi del consorzio, e che sono desinate essenzialmente alle prime due fasi del programma (la service provision e il coordinamento). Per quanto riguarda i finanziamenti futuri, a differenza della prima tranche, questi saranno proporzionali agli asset messi in campo da ogni Paese; quindi più i Paesi investiranno più finanziamenti avranno. Secondo i rappresentanti dell’industria presenti, come Giuseppe Aridon e Roberto Aceti, l’Ue non ha rivolto la dovuta attenzione al progetto e la cifra stanziata per il programma è assolutamente al di sotto delle necessità.