Investire nello spazio vuol dire investire in sviluppo. Parla Danielle Wood (Mit)

Di Stefano Pioppi

Lo spazio non è solo oltre l’atmosfera, e non è neanche una cosa da ricchi. Investire nel settore vuol dire migliorare la vita sulla Terra e offrire opportunità di crescita anche ai Paesi meno sviluppati. Ne abbiamo parlato con Danielle Wood, direttrice dello “Space enabled research group’’ presso il Media Lab del Mit, un gruppo di ricerca che si occupa di tutte le applicazioni sulla Terra delle tecnologie spaziali. Con un passato alla Nasa e al celebre Goddard space flight center (Gsfc), Wood è assistant professor di Media Arts and Science al Mit. I suoi campi di studio spaziano dalla progettazione di satelliti allo sviluppo sostenibile, in un mix che indica bene perché investire nello spazio rappresenta un opportunità per molti settori a terra. L’abbiamo incontrata all’Università La Sapienza di Roma, a margine dell’evento “How space drives innovation and economic development”, organizzato dal Gruppo di Roma dell’associazione Women in Aerospace in Europe (Wia-E), in collaborazione con l’ambasciata degli Stati Uniti in Italia.

Quali sono, secondo lei, i maggiori benefici che derivano dal settore spaziale? Potrebbe indicare quali ritiene siano i due più importanti nella storia della ricerca spaziale?

È difficile nominarne un paio. Ce ne sono a centinaia di esempi di benefici che lo spazio assicura alla Terra. Basti pensare che la Nasa, ogni anno, pubblica un volume con 50 esempi di tecnologie progettate per lo spazio che poi vengono trasferite a Terra. Comunque, posso citare il mio preferito, su cui ho lavorato diverso tempo. Una delle mie aree di studio è la progettazione di satelliti che vengono utilizzati per l’osservazione dell’ambiente. Ora, tra il governo statunitense, i governi europei e quelli di Paesi asiatici come Giappone, Cina, e India, ci sono innumerevoli Paesi che utilizzano i satelliti per osservare la Terra, raccogliendo dati scientifici dell’atmosfera e della superficie in ogni sua componente: terreni, foreste, laghi e oceani. Tutti questi importanti dati possono essere utilizzati per capire come il clima sta cambiando e come le attività umane impattano sull’ambiente. Possono inoltre essere utilizzati per studiare e prevedere disastri naturali. Sono informazioni estremamente utili che aiutano concretamente la vita sulla Terra.

La ricerca spaziale può essere un drive di crescita per i Paesi in via di sviluppo?

È un tema molto interessante. Generalmente, si è portati a pensare che i Paesi più poveri non siano coinvolti nelle attività spaziali, ma questo non è vero. Oggi, ci sono tantissimi Stati in tutto il mondo che sono coinvolti in questo tipo di attività. All’incirca 60 Paesi hanno una propria agenzia spaziale, mentre altri dispongono di un ufficio dedicato alle attività nel settore. Nelle mie ricerche mi sono soffermata molto sugli Stati che, tra Africa, Asia e America, si sono dotati di ricerche e tecnologie spaziali, operando satelliti nazionali, istruendo ingegneri o focalizzandosi su programmi che applichino i sistemi spaziali allo sviluppo. Paesi come Ghana, Nigeria, Sud Africa, Kenya, Algeria ed Egitto sono tra i più coinvolti nello spazio nel continente africano e stanno potenziando tutti questi aspetti. In generale, tutti gli Stati tengono in alta considerazione le agenzie e gli uffici spaziali poiché gli attribuiscono la capacità di supportare le politiche nazionali.

In tale tipo di sforzo, come impatterà quella che si preannuncia essere la rivoluzione dei mini satelliti?

I piccoli satelliti faranno sicuramente una grande differenza per la partecipazione di molti Paesi alle attività spaziali. Solo vent’anni fa venivano avviati i primi progetti su piccoli satelliti, predisposti da università come Stanford e l’Università Politecnica della California (San Luis Obispo), o come l’Università del Surrey nel Regno Unito. Per primi, questi atenei hanno mostrato come il mondo universitario possa contribuire a realizzare piccoli satelliti piuttosto semplici, come nel caso del CubeSat. Da allora, molto è cambiato e tanti Paesi sono a lavoro su questo tipo di soluzioni, anche se non hanno programmi pregressi sul tema. A noi ingegneri spetta il compito di capire quali possono essere gli utilizzi e le applicazioni dei mini satelliti, da impiegare per missioni rilevanti anche in gruppi molto numerosi.

Questo non crea un problema di space debris?

C’è il rischio. Ma i piccoli satelliti orbiterebbero quasi sicuramente a basse orbite terrestri, e ciò significa che la durata delle missioni sarebbe piuttosto breve e dunque che la sfida della debris non è poi così preoccupante. Tuttavia, molte aziende stanno oggi proponendo il lancio di enormi costellazioni, da centinaia a migliaia di satelliti, il che rappresenterebbe sicuramente un rischio in tal senso (basti pensare al progetto StarLink di Elon Musk, che ha in programma di lanciare 12mila satelliti per fornire Internet a banda larga in tutto il mondo, ndr). Così, all’interno del gruppo che dirigo stiamo effettuando ricerca anche su un approccio di manifattura a lungo termine per progettare satelliti che non producano “spazzatura spaziale”, che possano essere recuperati e addirittura riutilizzati.

Quali sono gli obiettivi del Centro che lei dirige presso il Media Lab del Mit?

Lo Space enabled research group rappresenta una gruppo di ricerca focalizzato su una molteplicità di temi, che spaziano dai sistemi terrestri complessi a tutte le tecnologie abilitate dallo spazio. Nello specifico, ciò significa che siamo interessati a sei aree: osservazione satellitare della Terra, comunicazioni via satellite, posizionamento satellitare, trasferimenti tecnologici, microgravità, e la più ampia ispirazione che le persone di ogni età ricevono da ricerca ed educazione in ambito spaziale. All’interno del gruppo di ricerca lavorano persone con sei tipi di skill: progettazione, arte, scienze sociali (specialmente economia e storia), ingegneria di sistemi complessi e di modelli, design di satelliti e computer science. Combinando tutti i progetti dell’istituto con organizzazioni a livello internazionale, nazionale e locale, lavoriamo per l’applicazione di tecnologie spaziali che supportano gli obiettivi di sviluppo sostenibile delle Nazioni Unite.

Ha parlato anche di arte. Ma cosa c’entra con lo spazio?

L’idea è di lavorare con i leader governativi e delle comunità locali, ciascuno dei quali conserva le proprie modalità per migliorare la qualità della vita nella rispettiva comunità. Oltre all’ingegnere, anche l’artista può essere un importante player in questo tentativo, agendo come ponte di collegamento tra gli aspetti tecnici e quelli della vita quotidiana. Prima di tutto, è possibile utilizzare l’arte per comunicare il significato delle tecnologie per la gente. Poi, in secondo luogo, possiamo creare arte con la comunità per comunicare con le persone che la compongono e dunque capire e comprendere la loro cultura, la loro storia e la loro visione del futuro, in particolare quella legata alle nuove tecnologie.

Passiamo alla politica. Ha avvertito da parte dell’amministrazione Trump il supporto per la ricerca nel settore “space enabled”?

Direi che la Nasa ha sempre ricevuto un supporto da entrambi i principali partiti statunitensi, sia per i propri programmi, sia per quelli sviluppati in collaborazione con altri enti e istituzioni nazionali e internazionali. Tale supporto è sempre arrivato da entrambi i fronti della comunità politica per due ragioni. Primo, perché la Nasa non è un’organizzazione politicizzata. Secondo, perché i cittadini riconoscono nello spazio un qualcosa di estremo valore per investire in esplorazione e ricerca scientifica. Dunque risponderei di sì; si può notare il supporto del governo attuale su questi temi così come lo era per la precedente amministrazione, che condividono la stessa visione: investire nello spazio, tanto nell’esplorazione, quanto nella ricerca scientifica, è di grande valore.